Morso d’amore…

morso-d-amoreLuigi Chiriatti, Morso d’amore. Viaggio nel tarantismo salentino, Edizioni Kurumuny, Calimera (Lecce), 2011, pp.184.

recensione di Sergio Torsello, 6 settembre 2013 (pubblicato di recente nella rivista Melissi edita da Besa)

La recente ristampa per i tipi dell’editore Kurumuny del volume di Luigi Chiriatti, Morso D’amore. Viaggio nel tarantismo salentino, consente di tornare a riflettere, a più di quindici anni dalla sua prima apparizione, su uno dei testi chiave della letteratura post demartiniana locale. Apparso nel 1995 presso l’editore Capone di Cavallino (Le) e più volte ristampato, nel 1997, nel 2006 e infine nel 2011, il volume ha venduto complessivamente più di ventimila copie, diventando un vero e proprio best seller nel magmatico panorama del revival degli studi sul tarantismo degli anni ’90 del secolo scorso. Tra i molteplici fattori che hanno determinato tale fortuna editoriale, provo ad elencarne alcuni che mi sembrano particolarmente rilevanti: la personalità dell’autore, emblematica figura di confine tra mondo popolare e ricerca etnoantropologica, attivo sulla scena della ricerca locale sin dagli anni ’70; la parte per così dire “etnografica” del libro che “puntigliosamente censisce e intervista tutte le ultime tarantate del Salento” (Gallini 2008: 3); la dichiarata professione di fede demartiniana (il volume esce un anno dopo la ristampa de La Terra del rimorso, un evento che segnerà l’avvio di un vero e proprio revival demartiniano); la cifra stilistica adottata che opta per una scrittura scarna ed essenziale, quasi didascalica, di facile accessibilità anche per quel pubblico sempre più vasto ed eterogeneo che a metà degli anni Novanta alimentava una crescente domanda di informazione sul fenomeno. Questi elementi, tuttavia, non bastano a spiegare pienamente il perdurante successo di un’opera che, al di là delle stesse intenzioni dell’autore, si rivela attraversata da una notevole complessità “euristica”, ricchissima di dati, informazioni e stimolanti spunti di ricerca.

Scritture autoetnografiche

Il libro è sostanzialmente diviso in tre grandi sezioni. Nella prima, l’autore chiarisce gli obiettivi della ricerca: verificare a vent’anni dall’inchiesta demartiniana persistenze e trasformazioni del fenomeno alla luce delle mutate condizioni socioeconomiche intervenute nell’area salentina. Nel suo mettersi in viaggio, tuttavia, Chiriatti non si limita a compiere una sorta di “pellegrinaggio antropologico” sulle orme dell’etnologo napoletano. Egli ripercorre in “maniera ispirata e a tratti quasi mimetica la vicenda demartiniana, quasi rivivendola sulla propria persona in una sorta di continua oggettivazione della propria esperienza e della propria memoria culturale (Pizza 1999: 267). Morso d’amore è infatti un esempio di “scrittura autoetnografica”, come osserva ancora Pizza, prodotta da uno studioso che ha largamente condiviso un frammento dell’esperienza degli intervistati. Protagonista del primo folk revival nelle fila del Canzoniere Grecanico Salentino, poi demologo, editore ed operatore culturale “militante”, Chiriatti vanta una lunga “familiarità” con il mondo popolare salentino: “mi sono nutrito con il latte della cultura popolare presente in tutti gli aspetti della vita quotidiana della mia famiglia”, scrive infatti nell’introduzione (1).

Chiriatti, insomma, è talmente “dentro” la cultura e l’ideologia popolare della taranta che quasi cerca di esorcizzare, attraverso la scrittura, il rischio incombente di essere risucchiato nel vortice della dimensione più oscura del rituale.

Tra le pagine più intense di questa prima parte vanno sicuramente annoverate quelle dedicate alla sua personale “sfida” con san Paolo. Ma c’è di più. Nella biografia intellettuale dell’autore quest’opera sembra quasi assumere la valenza di una sorta di “rito di passaggio” attraverso il quale operare un mutamento radicale del proprio statuto soggettivo: dalla dimensione dell’esperienza diretta al nuovo status fondato sull’autorialità della scrittura. L’adesione di Chiriatti a una sorta di “metodo perduttivo”, ossia una tecnica di partecipazione senza distacco osservativo (Piasere 2002: 56) gli consente di immettere nel libro elementi provenienti dalla sfera della propria esperienza soggettiva, assegnando a quest’opera una nuova valenza: egli appare al tempo stesso “osservatore” e “osservato”, antropologo e informatore, figura “liminale” che alternativamente riassume in sé le diverse “posture” dell’“antropologo e della sua ombra”. Le stesse modalità di scrittura(2) caratterizzate dall’uso costante della prima persona, dal “montaggio” di gran parte delle interviste in un unico meccanismo narrativo, le stesse pagine dedicate alle condizioni della pubblicazione finale del libro non sono solo complesse strategie discorsive utili a rappresentare un mondo culturale, ma diventano “parte integrante del discorso antropologico”– come scrive Georges Lapassade nell’introduzione. Questo continuo gioco di specchi, questo alternarsi di sguardi e punti di vista, fa del libro un affascinante caso di studio ben al di là dei contenuti stessi del libro. Non che i contenuti manchino o siano deboli. Anzi, tutt’altro. Dopo la seconda parte, una veloce rassegna nella quale si dà conto per brevi compendi della letteratura sull’argomento tra il 1961 e i primi anni ’90, il volume entra nella sua parte conclusiva, senza dubbio la più originale e significativa. In questa sezione si raccoglie infatti un voluminoso corpus di interviste e racconti di tarantismo (sicuramente il più esteso e organico dopo quello contenuto nella monografia demartiniana), frutto di una costante rilevazione sul campo condotta tra gli anni ’70 e i primi anni ’90. Qui la ricchezza e la qualità della documentazione è davvero notevole perché vi compaiono alcuni casi estremamente emblematici, uno su tutti quello di Cristina, la tarantata che diventa la figura centrale del libro di Chiriatti, quasi un corrispondente di quello che fu Maria di Nardò per la Terra del rimorso di Ernesto de Martino o Anna di Ruffano per Le lettere da una tarantata di Annabella Rossi. È il caso di ricostruirne, sia pur brevemente, la complessa vicenda esistenziale.

La taranta “sorda”

Cristina e Chiriatti si incontrano nel 1978. Lei era stata “pizzicata” nel 1975, poco dopo il suo ritorno in paese al termine di un lungo periodo (12 anni) di emigrazione in Svizzera. Il viaggio di ritorno, per Cristina, è un viaggio dolorosissimo: ha notevoli difficoltà di inserimento sociale e deve fare i conti con l’ostilità del vicinato che stigmatizza duramente alcuni suoi comportamenti. Lei entra in crisi, perde ogni riferimento, diventa vittima di un malessere oscuro. Passa attraverso l’orrore dell’elettroschok, poi, solo alla fine, la diagnosi: è tarantata. Cristina parla con san Paolo, finché non gli appare mentre taglia con la spada in mille pezzi la ragnatela della sua taranta.

Durante la crisi si accompagna a una lunga, ipnotica giaculatoria ,un canto d’amore e di paura dedicato a San Paolo, perché Cristina è vittima di una taranta “sorda”, che non vuole balli e non vuole musica(3). Il caso di Cristina è stato più volte ripreso dalla letteratura successiva. La taranta “sorda” è un topos tra i più affascinanti nella complessa fenomenologia del tarantismo. Secondo Gabriele Mina si può ipotizzare che la “taranta sorda” sia per così dire una sorta di dispositivo nel dispositivo. “Nel momento in cui per una qualche ragione l’esplorazione musicale fallisce, provvedeva una spiegazione coerente al sistema del tarantismo: è il ragno che non sente. In tal modo si garantiva l’integrità della tradizione a fronte di occasionali sconfitte e si offriva un’ulteriore variazione al prospetto delle possibilità di impersonazione disposte per ciascun tarantato.” (Mina 1997: 120). Sebbene il caso di Cristina sia senza dubbio quello più importante altri temi affiorano con insistenza tra le pagine del libro. Il caso di Anna di Martano, tarantata a 22 anni, sorda dall’età di 6 anni per una meningite, eppure sensibile alla musica (un caso analogo era segnalato da Epifanio Ferdinando nel 1621); i numerosi casi che attestano la pratica della danza con la fune, di cui diede una eccezionale testimonianza fotografica il medico leccese Francesco De Raho agli inizi del Novecento. E ancora: una testimonianza proveniente da Galatina che sembrerebbe quasi smentire la nota tesi dell’immunità territoriale della patria elettiva del tarantismo; la predominante presenza femminile strettamente connessa con una componente sessuale; le modalità di costruzione di una “intimità” tra san Paolo e donna tarantata “in cui il santo diventa ministro di afflizione e di liberazione, di morso e di lenimento, di dolore e di piacere” (Signorelli 2005); infine la componente “ludica” del rituale, già segnalata da Clara Gallini(4) e successivamente da Paolo Apolito(5) e che qui sembra affiorare in una testimonianza raccolta a Trepuzzi (“c’erano tante tarantate una volta. Quando in paese c’era una che ballava era una festa. La gente accorreva e si metteva in cerchio a guardare queste che ballavano”) e in quella di Tora, settantenne tarantata di Galatone che, alla domanda sull’effettivo potere venefico del morso della taranta, risponde: “se fosse stato velenoso sarei morta. Ti pizzica e basta, poi fai due, tre balli e ti passa. Non c’era niente di cui vergognarsi o avere paura”.

Incontri sul campo

Sin qui, dunque, i dati, eccezionali sotto il profilo della documentazione etnografica. Ma c’è un’altra chiave di lettura che mi pare degna di essere sottolineata. A quindici anni dalla prima apparizione il libro si rivela oggi come uno strumento prezioso per ricostruire i mutevoli percorsi della ricerca sul tarantismo e il patrimonio etnografico locale. Le “alleanze” tra studiosi, i complessi rapporti “interazionali” che si instaurano sul campo tra informatori, studiosi locali e antropologi, molti dei quali troveranno proprio in Chiriatti un punto di riferimento ineludibile. Morso d’amore è infatti il prodotto di una fitta rete di rapporti umani e intellettuali che legano molti protagonisti del dibattito che ha segnato la stagione del revival degli studi sul tarantismo: da Annabella Miscuglio( 1939 -2003), regista e documentarista leccese ma trapiantata a Roma (il titolo del libro riprende quello omonimo di un documentario girato dalla cineasta nel 1981 con la consulenza dello stesso Chiriatti), a Maurizio Nocera, noto bibliofilo e studioso salentino che nella prima edizione firmava una nota in quarta di copertina e ora firma la nuova introduzione affiancandola a quella originaria di Georges Lapassade (1924-2008), lo studioso francese attivo sulla scena salentina sin dai primi anni ’80 in costante dialogo con gli attori locali, Chiriatti soprattutto (basti pensare che le pagine sul tarantismo contenute in Gens de l’ombre del 1982 sono costruite quasi interamente sulle informazioni ricavate dalla tesi di laurea del ricercatore salentino). Una presenza decisiva quella di Lapassade nel campo salentino, sia pur discussa, criticata e non priva di evidenti forzature sul piano metodologico. Lo notava con il consueto acume critico Rina Durante, mentore dello stesso Chiriatti e ispiratrice del folk revival salentino degli anni ’70. Recensendo il libro nel 1995, la grande scrittrice salentina osservava: “Chiriatti è egli stesso un portatore, o almeno così si definisce e lo definiscono i due presentatori del libro. Essi sembrano convinti che tanto basti ad assicurare all’autore il massimo di credibilità. Ma credibilità del portatore, di colui che è testimone del fenomeno, non coincide necessariamente con la sua credibilità di studioso. Ma tant’è. Chiriatti sembra aver sposato totalmente la visione critica di Lapassade che ritiene ottimale la situazione del ricercatore che entra in simbiosi col fenomeno studiato. Così Chiriatti, nel raccontarci i casi di tarantismo da lui osservati non manca di sottolineare il proprio coinvolgimento emotivo, psicologico e così via. Non lo sfiora il sospetto che così facendo ingarbuglia di più la matassa obbligando il lettore a un’ulteriore verifica della validità scientifica della sua testimonianza. Il libro ad ogni modo si raccomanda per i casi di tarantismo trattati, i quali, essendo posteriori alla famosa esplorazione di de Martino, offrono un aggiornamento dell’intero fenomeno nell’area salentina.”(Durante 1995: 11). Per tutte queste ragioni, insomma, Morso d’amore resta ancora oggi un testo fondamentale non solo per l’indubbia valenza etnografica che ne fa uno strumento prezioso per addentrarsi nella complessa fenomenologia del tarantismo, ma soprattutto come contributo determinante per cogliere fino in fondo aspetti e problemi della più recente storia culturale nell’area salentina.

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(1)In questo legame quasi osmotico con il mondo popolare della sua terra, una figura centrale è quella della madre, Lucia A. De Pascalis. Meno celebrata di altri cantori tradizionali, già intercettata dalla ricerca etnomusicologica storica (Lomax–Carpitella nel 1954 e Brizio Montinaro nel 1978), Lucia A. De Pascalis è ancora oggi una delle più importanti depositarie delle tecniche del canto di tradizione orale nell’area salentina. A questa importante testimone della cultura popolare salentina, Chiriatti ha dedicato qualche anno fa un emozionante libretto. (De Pascalis 2002).

(2) Chiriatti usa una scrittura che definirei quasi “odorosa”, intessuta da frequenti inserti dialettali nel tentativo di trasmettere la gamma sensoriale dei suoni, delle atmosfere e degli umori che si respiravano in quel mondo. Un dispositivo narrativo che, nella sua apparente semplicità, a tratti sembra quasi riflettere le diverse intonazioni della scrittura etnografica: “ polifonica”, “interpretativa”, “dialogica”.

(3) Una singolare coincidenza: la tarantola di Cristina si chiama “Caterina”, lo stesso nome della tarantola che, stando alla testimonianza contenuta nel Dialogo delle tarantole di Vincenzo Bruno, nel 1596 a Venosa fa ballare un uomo e la sua serva per quattro giorni. (Imbriani a cura di, 2005:21)

(4) A proposito dell’argia sarda la Gallini si chiedeva dove finisse la terapia e iniziasse la festa, sottolineando come la “lettura demartiniana tendeva ad accentuare gli aspetti, per cosi dire, patetici, a scapito di quelli ludici di certo presenti in misura più consistente nel passato, ma che comunque potrebbero essere visti anche oggi” (Gallini 1988: 30)

(5) In un denso intervento dei primi anni ‘90, Paolo Apolito evidenziava “un aspetto di gara, di competizione, di piacere di primeggiare, infine di dimensione estetica, che pure c’è, ma che non viene sufficientemente richiamato, perché considerato irrilevante, rispetto alla dimensione della malattia e della sofferenza, e che invece renderebbe molto più ampio l’orizzonte di interpretazione del fenomeno”.(Apolito 1994: 52-53)

BIBLIOGRAFIA

APOLITO Paolo, E sono rimasta come lisolo in mezzo a mare, introduzione a Annabella Rossi, Lettere da una tarantata, Argo, Lecce 1994, pp. 7 -76.

DE PASCALIS Lucia A., Cantare a Kurumuny. Suoni, canti e voci di Martano, Kurumuny – libri, 2002.

DURANTE Rina, Quello che resta del tarantismo, in “Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto”, 29 Giugno 1995, pag.11.

GALLINI Clara, Ripensando l’autonomia relativa del simbolico, “Metaxù”, 6, 1988, pp. 26 -39.

IMBRIANI Eugenio (a cura di), Vincenzo Bruno, Dialogo delle tarantole, Nardò(Le), Besa 2005.

MINA Gabriele, Se la taranta è sorda. Un aspetto inconsueto del tarantismo pugliese, in Davide Ferrari De Nigris, Musica, rito e aspetti terapeutici nella cultura mediterranea, Erga Edizioni, 1997, pp.117 -126.

PIASERE Leonardo, L’etnologo imperfetto. Esperienza e cognizione in antropologia, Laterza, Bari, 2002.

PIZZA Gianni, Tarantismo oggi: un panorama critico sulle letterature contemporanee del tarantismo (1994 -1999), in “AM”, 7 -8, Ottobre 1999, pp.253 -273.

TORSELLO Sergio, Magia simbolo identità. La sfida intellettuale di Ernesto de Martino, intervista ad Amalia Signorelli, “Apulia. Rassegna trimestrale della Banca Popolare Pugliese”, II, 2005, pp.98 -106.

 

 

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