In memoria di Tonino Bello

di Tom Benetollo, Presidente nazionale Arci (1951-2004)

postfazione a Don Tonino Bello, Manifesto di Pace, Manni editore 2001 (a cura di Vincenzo Santoro)

manifestodipacesmall-1Don Tonino Bello tra le altre cose è stato uno dei grandi leader del movimento pacifista italiano. Riporto qui un ricordo che il compianto presidente dell’Arci Tom Benetollo, scrisse nel 2001 per il volume Manifesto di pace, in cui viene raccontato l’impegno concreto e radicale di Don Tonino nel movimento per la pace e la non violenza, che lo portò ad incontrare anche tanti laici non credenti impegnati sugli stessi temi (e di cui gli articoli pubblicati nel volume, che Don Tonino scrisse per il quotidiano “Il manifesto” dal 1990 al 1992, sono una preziosa testimonianza).

Ci manca il suo sguardo trasparente, insieme alle sue parole forti e sagge. Dentro al movimento per la pace, la sua presenza è stata molto misurata: in prima fila quando era necessario dimostrare fermezza (spesso, quindi, nei momenti aspri); distaccata, anzi lontana, quando era tempo di un protagonismo più facile.

Mentre penso a lui, ho in testa anche altri, che ci mancano. Uomini di chiesa cari al movimento– penso a Balducciche si sentivano a loro agio nella creatività, nell’invenzione di nuovi terreni di ricerca, nel confronto a tutto campo. O che davano una priorità splendida al “fare”, incorporando lì dentro, con una sorprendente naturalezza, tanto pensiero – e penso qui a Di Liegro, un altro fratello vero.

Tonino Bello mi dava un’impressione diversa, di chi si dedica a un lavoro in profondità, cercando un rapporto avanzato – sul piano culturale, come su quello pratico– tra l’elaborazione delle idee, e l’impegno concreto. Cercando un punto di equilibrio tutto suo, che ci consegna un’identità del tutto riconoscibile.

Ho conosciuto Tonino Bello nei primi anni Ottanta, quando eravamo impegnati contro i missili nucleari. Un tempo di durissima confrontation tra Est e Ovest, quando il movimento per la pace era accusato di fare gli interessi dell’Unione Sovietica. Poco importava, ai nostri critici, se nei nostri documenti e nei nostri slogan, chiedevamo il disarmo nucleare in tutta Europa, e il nostro No era indirizzato sia ai Cruise e Pershing 2 della Nato, sia agli SS 20 del Patto di Varsavia. Ebbene, in quel momento, a riconoscere il valore dell’impegno di tanti giovani presero la parola Tonino Bello e altri preti coraggiosi come lui. Fu una scelta di enorme importanza, di cui Tonino sentì tutta la responsabilità – e il peso. Una scelta che – lo ricordo– gli costò anche critiche ingiuste, che seppe però padroneggiare con grande sapienza.

Ricordo, di quel tempo, l’impegno a favore dell’obiezione di coscienza, e dei valori di quella scelta nonviolenta. Mi sentivo molto vicino a lui, in questo, anche perché riflettevo sulla mia personale esperienza: ero tra le poche decine di giovani che manifestavano, all’inizio degli anni Settanta, davanti al carcere militare di Peschiera, per il diritto all’obiezione. Dentro alle celle, c’erano anche dei miei amici. E sentivo come una ferita, tanti anni dopo, il fatto che alcuni obiettori fossero – diciamo pure— così opportunisti…

In seguito, nel 1988, ci incontrammo, insieme ad altri, per decidere di dar vita all’Associazione per la Pace. Era, quella, una stagione di rilancio dell’iniziativa, dopo il riflusso che venne con l’installazione dei missili. Erano riprese (nel 1985 e proprio nel 1988) le Marce Parugia–Assisi, delle quali Tonino Bello era un riferimento costante. Era il tempo di una nuova speranza, nei rapporti tra le superpotenze, dopo la svolta impressa da Gorbaciov.

Tonino Bello aiutò la crescita culturale, l’eticità del movimento in un modo indelebile, in quella fase cruciale. Fu in quel clima che realizzammo – Acli, Arci, Associazione per la Pace—la straordinaria esperienza di Time for Peace a Gerusalemme: quelle trentamila persone intorno alle mura della Città Santa hanno rappresentato (rappresentano, tanto più oggi) un fatto unico. Vennero poi altre sfide: dalla caduta del Muro di Berlino, fino alle Guerra del Golfo. Gli anni Novanta hanno assistito ai terribili sommovimenti ad Est, e allo sviluppo del fenomeno migratorio. Tonino Bello era un intransigente antirazzista, professava idee di uguaglianza che non livellavano mai le persone. Capiva bene le differenze, e cercava di smantellare la cultura del sospetto, dell’odio – attraverso la conoscenza, il rispetto delle persone. Era vivo in lui il valore dell’accoglienza. Ne dette prova, quando le prime carrette albanesi arrivavano, cariche sia di disperazione, sia di false speranze.

Intanto, la Jugoslavia si dissolveva nel sangue. Una sequenza d’orrore destinata a durare anni e anni. Mi ritrovai con lui in varie occasioni. Una in particolare mi colpì, ospiti entrambi di Pax Christi, in un clima di grande commozione e di intensa condivisione. In tanti anni passati come volontario nei Balcani, il dialogo con lui è stato tra i ricordi più belli.

Penso che la tragedia della ex Jugoslavia abbia fortemente colpito Tonino Bello, anche nelle sue fibre fisiche. Reagiva con forza a una tendenza di sfiducia nell’umanità, sfiducia che era diffusa dai media – con scarsa responsabilità, devo dire. Partendo dalle vittime, da chi soffriva, Tonino Bello era là a rifondare la speranza e la fiducia.

La sua, era una vera capacità di vedere i semi, o anche i più semplici segnali, del Bene. Sembrava naturalmente refrattario alla rassegnazione, e nello stesso tempo – si capiva— non gli andava a genio la retorica di qualche pacifista.

Era rigoroso, non c’è dubbio. Ma chi lo dipingeva come persona un po’ triste, si sbagliava. Ho sempre guardato a lui come a un uomo profondamente felice. Spesso, trasmetteva una strana allegria…

Questo è il Tonino Bello che ho conosciuto io. Talvolta da lontano, talvolta da vicino. Altri certo daranno testimonianza della sua vita preziosa, in modo più ravvicinato, con dettagli che non so – e che vorrei tanto sapere.

Vorrei ringraziarlo per la sua fede, per aver saputo intrecciare la sua profonda religiosità con chi – come me, ed altri— porta dentro una religione civile: in un cammino comune.

Resta tutto, di Tonino Bello. Non soltanto perché, nella memoria di chi lo ha amato, nulla si dimenticherà. Soprattutto perché ciò che è fatto della sostanza dell’integrità, non deperisce. Se posso dirlo: ne ha bisogno la sua terra, innanzitutto, e insieme ad essa il nostro paese, dove la desertificazione etica, culturale e sociale è un rischio crescente. Vorrei che si sentisse la sua determinazione a costruire condizioni nuove: dal lavoro, alla cittadinanza attiva.

La sua città è fiera di questo figlio, che l’ha fatta conoscere, anche in luoghi lontanissimi, come luogo – chiave della pace. Ne ha tutte le ragioni.

Una scheda sul libro con alcune recensioni si può leggere cliccando qui

 

Per guardare i video della presentazione di Manifesto di Pace ad Alessano con Nichi Vendola premere qui

 

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