La tarante maliziose di Giovanni Pontano

Vincenzo Santoro   14 dicembre 2018   Commenti disabilitati su La tarante maliziose di Giovanni Pontano

pontanoimm

Pubblico qui la relazione che ho presentato al convegno “Giovanni Pontano. Governo e follia”, organizzato il primo dicembre 2018 dal Comune di Cerreto di Spoleto (paese natale dell’illustre umanista) in collaborazione con il Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà antiche e moderne dell’Università degli Studi di Perugia e con il sostegno della Regione Umbria 

Giovanni Pontano (Cerreto di Spoleto 1429 – Napoli 1503), poeta, umanista e uomo politico , fu intellettuale di spicco della corte aragonese (da lui prese il nome l’Accademia pontaniana) e autore di numerosissime opere in poesia e in prosa, tutte in lingua latina.

L’antropologo napoletano Ernesto de Martino, nella sua celebre monografia dedicata al tarantismo, La terra del rimorso (1961), lo definisce come un fenomeno storico-religioso caratterizzato dal simbolismo della taranta – il ragno, monstrum mitico che morde e avvelena – e da quelli della musica, della danza e dei colori, che curano ed esorcizzano. Di questo “istituto culturale”, nato nel Medioevo, progressivamente decaduto a partire dal ‘700 e di cui alcuni “relitti” erano ancora osservabili negli anni ’50, la Puglia è stata la “patria elettiva”, ma nel corso dei secoli se ne sono trovate tracce, con varianti più o meno significative, anche nel resto del Sud d’Italia, in Sardegna e in Spagna.

L’enigmatico “male pugliese” nel corso dei secoli ha appassionato una vasta e variegata schiera di eruditi, filosofi, medici, viaggiatori, i cui resoconti e le cui valutazioni costituiscono una vastissima “letteratura storica”. Anche il nostro Giovanni Pontano vi ha prestato attenzione, dedicandogli in passo proprio all’inizio dell’Antonius – dialogo composto nel 1491, che è una satira contro i “grammatici”, ma in cui è inserita anche un’altra satira sulle debolezze e i difetti delle varie popolazioni d’Italia – in un breve scambio di opinioni fra il “Compatre” e il “Forestiero” sui pugliesi:

Compatre. Antonio ripeteva sempre che i pugliesi sono più felici di tutti i mortali.

Forestiero. Anche se vivono in una regione del clima così eccessivo?

Compatre. Diceva che tutti gli altri uomini possono a mala pena trovare una causa onesta alla quale attribuire la propria stoltezza (e non ci sono uomini che non siano stolti), mentre soltanto i pugliesi hanno sempre a portata di mano una valida scusa per giustificare la loro follia, vale a dire quel ragno che si chiama tarantola il cui morso fa impazzire gli uomini; e questa è la circostanza più felice di tutte, dato che, ogni qual volta qualcuno desidera cogliere il frutto della propria follia può farlo in modo onesto. Ci sono infatti, diceva, ragni con differenti veleni e ce ne sono anche di quelli che spingono alla libidine (si chiamano concubinari); le donne si fanno mordere spesso e volentieri da questo ragno e in questo modo è lecito loro ricercare liberamente e impunemente il maschio. Dato che non c’è altro modo per estinguere il veleno: quello che per le altre donne è un crimine per le donne pugliesi è una medicina. Non ti sembra questa la felicità più grande?

Forestiero. Per Priapo, senza dubbio!

Questo brano è interessante per almeno due motivi: si tratta di una testimonianza molto precoce sul fenomeno del tarantismo, ed è la prima in assoluto in cui compare il tema del morso del ragno come una sorta di “alibi” che giustifica qualunque libertà, fino a quella sessuale, che avrebbe avuto una notevole fortuna nelle fonti successive, fino ad arrivare quasi ai giorni nostri.

 

I pugliesi, i più felici di tutti i mortali

Nel passo citato fa quindi la prima apparizione una “maliziosa” ma fondamentale interpretazione del tarantismo, per cui le donne – ma direi i pugliesi tutti – “simulano” talora i suoi sintomi per avvalersi delle opportunità offerte dalla cura musicale e per dar sfogo in tal modo alle loro passioni. Questa intuizione, che riconduce il tarantismo al suo statuto di fenomeno “culturale”, andò progressivamente smarrita nell’orientamento preso successivamente dalla ricerca, di stampo prevalentemente medico-naturalistico, di cui è un esempio interessante lo studio di Epifanio Ferdinando (1569-1638), un medico originario di Mesagne (attualmente in provincia di Brindisi). Testimone oculare di alcuni casi di tarantismo, nelle sue Centum Historiae (apparse a Venezia nel 1621) racconta che le donne che “partecipavano ai balli” si astenessero dalle gioie di Venere già molto tempo prima, soltanto per potersi poi scatenare durante i riti: da ciò si può concludere che partecipassero ai balli anche molti “simulatori”, i quali utilizzavano l’occasione per portare un po’ di cambiamento nella monotonia della loro vita rurale.

Il tema è ripreso con caratteristiche analoghe dal famoso medico Giorgio Baglivi (1668-1707), originario di Ragusa in Dalmazia, ma cresciuto a Lecce, fino al trasferimento a Roma, dove diventò medico personale di due papi, professore di anatomia alla Sapienza, membro della Royal Society e di fatto uno dei medici più influenti del suo tempo. Nel suo trattato De Anatome, Morsu et Effectibus Tarantulae (1696), che ebbe una enorme diffusione in tutta Europa e influenzò per decenni moltissimi medici nell’affrontare praticamente il fenomeno, il tarantismo viene ormai prevalentemente studiato come stato tossico derivante dal morso di un aracnide velenoso. In via subordinata, viene però considerato anche il tema delle passioni femminili, represse per la clausura domestica e accresciute dallo speciale temperamento delle donne pugliesi:

Le cause prime e le seconde mettono le donne spesso in stato di tristezza e affezione malinconica. Per questo esse godono in particolar modo di ogni armonia musicale e delle danze. Si fingono allora tarantate per gioire dell’opportunità della musica offerta ai soli tarantati. Grazie al belletto e alla simulazione si ottengono inoltre il pallore del volto, l’afflizione, la difficoltà di respirazione, il dolore della regione cardiaca, l’immaginazione depravata e gli altri sintomi del veleno delle tarantole, simulati piuttosto che veri e, poiché questa danza è piacevole soprattutto per le donne, circola tra i nostri l’adagio il Carnevaletto delle donne.

Ernesto de Martino, per definire questa caratteristica del tarantismo usa la categoria dell’“eros precluso”. Ci fa notare inoltre come i “ragni detti concubinari che stimolano le donne all’erotismo” di Pontano abbiano evidenti similitudini con le tarantole “libertine” ritrovate nell’esplorazione del 1959. Infatti, questa è la classificazione che l’etnologo napoletano propone nella Terra del rimorso, risultante dall’incrocio della documentazione storica con i dati emersi dalla ricerca sul campo:

Vi sono così tarante ballerine e canterine, sensibili alla musica, al canto e alla danza; e vi sono anche tarante tristi e mute che richiedono nenie funebri ed altri canti melanconici; vi sono poi tarante tempestose che inducono le loro vittime a fare sterminio, o libertine che stimolano a mimare comportamenti lascivi; ed infine tarante dormienti, resistenti a qualunque trattamento musicale.

Racconti simili ritornano spesso nei resoconti di osservazioni dal vivo e nei materiali folklorici. Si riportano alcuni esempi emblematici – fra i tanti disponibili. In primo luogo, due “pizziche tarantate” riprese dalla viva voce dei più importanti musicisti-terapeuti incontrati, nel corso della celebre indagine salentina del giugno del 1959, da Ernesto de Martino e dall’etnomusicologo Diego Carpitella, che si occupava della documentazione sonora:

Santu Paulu miu de la tarante

pizzeca le caruse a menzu all’anche

Santu Paulu miu de li scurzoni

pizzeca li carusi int’i balloni”

(Salvatora Marzo, tamburellista)

 

E guarda comu balla la taranta la pizzicau

e guarda comu balla la taranta la pizzicau

la pizzicau allu core mamma mia che dulore

la pizzicau allu core mamma mia che dulore

(Luigi Stifani, violinista)

Altro esempio significativo può essere il testo della “Taranta di Lizzano”, di cui una vibrante versione fu registrata nelle campagne del tarantino nel 1950 dallo studioso Alfredo Majorano (qui utilizzo una versione trascritta da Francesco Pastorelli):

Addò t’è pizzicata la tarantella,

sott’alla putarea ti la ’unnella,

Addò t’è pizzicata la taranta,

sott’alla putarea ti la mutanta,

Addò t’è pizzicata pozz’ess’accisa,

sott’alla putarea ti la cammisa,

Addò t’è pizzicatu lu scarpioni,

sott’alla putarea ti lu casoni.

Ci è taranta lassila ballari,

ci è malincunia caccila fori.

Balla taranta mia, balla cuntenta,

Ca stè l’amori tua, ti sona e canta.

Sana malata mia, sana malata,

no è ti cori la tua malatia,

No è taranta ci t’è pizzicata

ma è l’amori ci ta misu ‘ncapu

e ci eti amori fattilu passari

ca è malincunia ti lu cori.

Tornando indietro nel tempo, si possono riportare alcuni testi – dall’evidente rimando erotico-sentimentale – tratti dal Magnes sive de arte magnetica (1641) del gesuita Athanasius Kircher (1601-1680), che nelle sue opere discusse a lungo del fenomeno del tarantismo e fu il primo in assoluto a pubblicare alcune trascrizioni delle musiche usate nella cura del morso della taranta. Questo è il distico, con evidenti somiglianze con le registrazioni novecentesche, che fu comunicato al gesuita dai suoi corrispondenti locali padri Niccolello e Galliberto:

Deu te muzzicau la tarantella?

Sotto la pudìa de la vannella

Molto significativo è il testo dell’”ottava siciliana” articolato in endecasillabi a rima alternata, che secondo Kircher aveva una straordinaria efficacia nell’eccitare i tarantati ed Ernesto de Martino fa rientrare nella tipologia dei “canti dominati da dal tema ricorrente di un amore infelice, di un eros a vario titolo precluso e che si scioglie in melanconici accenti”, per cui “l’orizzonte simbolico del tarantismo dispone di particolari strumenti di risoluzione”:

Stu pettu è fattu cimbalu d’amuri

Tasti li sensi mobili e accorti

Cordi li chianti, sospiri e duluri

Rosa è lu cori miu feritu a morti

Strali è lu ferru, chiai sò li miei arduri

Marteddu è lu pinseri, e la mia sorti

Mastra è la donna mia, ch’à tutti l’huri

Cantando canta leta la mia morti.

magnes

Questo petto si fa clavicembalo d’amore / Tasti sono i sensi acuti e solleciti/ Corde sono i pianti, i sospiri e i dolori / Rosa [del clavicembalo] è il mio cuore ferito a morte / Punta è il ferro, piaghe sono i miei ardori / Martello è il pensiero e la mia sorte / Maestra [di musica] è la mia donna che a tutte le ore / Cantando canta lieta la mia morte

(riporto la recente traduzione di Sergio Bonanzinga)

 

 

Si può infine ricordare come Giuseppe Chiaia, in un ampio articolo sul tarantismo pubblicato nel suo Pregiudizi Pugliesi del 1888, annotasse che

le prime vaghe irrequietezze delle nostre pubescenti, che altrove il prudente confessore stornerebbe o mitigherebbe co’ digiuni e le astinenze del mese Mariano o di quel che segue, qui in Puglia si risolvono talvolta con chitarra e tamburello.

 

Le fonti possibili di Pontano

La prima testimonianza dell’antico rito del tarantismo si trova in un trattato sulla cura dei veleni, il Sertum papale de venenis di Guglielmo De Marra, che risale al 1362. In questo testo si riferisce come “coloro che sono morsi dalla tarantula” trovino “prodigioso ristoro in canzoni e melodie diverse”. Questo perché:

essendo canto e musica motivo di allegrezza, l’uno e l’altra sono ritenuti utili per quasi tutti i veleni: e poiché il morso della tarantula genera un morbo melanconico, e poiché la melanconia si cura nel modo più adatto con l’allegrezza, ne segue che canti e musiche son molto salutari per quanti hanno patito tale morso. In rapporto a ciò coloro che son morsi dalla tarantula traggono massimo diletto da questa o da quella musica, per esempio della cetra, e soprattutto della melodia chiamata pelandra; mentre altri si compiacciono al suono del lepote e soprattutto dell’aria chiamata Dama di Provenza, e così via per gli altri strumenti musicali, melodie e canti.

Qualche decennio dopo, un altro trattato simile, il De venenis di Sante Ardoini (composto intorno al 1426) ritorna sugli effetti del morso della tarantola, introducendo il tema del “morso che blocca”:

In certi luoghi, come ad esempio in Puglia e specialmente a Taranto, da cui forse assunse uno dei nomi suddetti, accade che, a causa del morso della tarantola, l’uomo o la donna morsicato o morsicata da questa è reso melanconico o melanconica, a tal punto che quella melanconia persiste con quella immaginazione, desiderio e pensiero in cui egli si trovava al momento del morso, fino a quando il veleno è dissipato.

Questo tema fu ripreso da molto fonti rinascimentali, fra cui una d’eccezione, Leonardo Da Vinci, che, nel cosiddetto Bestiario, databile intorno al 1494, scrive:

Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè quello che pensava quando fu morso.

A testimonianza dell’attenzione del primo Rinascimento al tarantismo, si possono citare altre due fonti illustri:

Leon Battista Alberti, che ne parla nel celebre De re edificatoria (1485):

In questo tempo presso la Puglia, in Italia, quale incredibile forza velenosa, per gli dei!, si è propagata da certi piccoli ragni della terra, il cui morso spinge gli uomini a diversi insani deliramenti e trascina come in preda al furore? […] Costoro vengono curati con i medicamenti di Teofrasto, che affermava che il suono dei flauti potesse essere impiegato per curare il morso delle vipere. Quindi i musicisti allettano gli afflitti con i vari moduli sonori. Quando invero arriva la propria giusta sonorità, subito come destati si sollevano e per l’ardore dato dalla passione assecondano il motivo coinvolgendo tutti i nervi e le energie. Ebbene, fra i morsicati ne vedrai alcuni che danzano, alcuni che cantano, altri che si accingono e tentano chi una cosa chi un’altra, come li portano la loro libidine e l’insania, e sudano sino allo stremo proseguendo vanamente per più giorni e non vi è altro modo di guarigione se non viene soddisfatta la demenza all’inizio concepita.

E anche Marsilio Ficino che gli dedica poche righe nel De vita libri tres (1489):

Invero che vi sia una certa potenza febea e medica nel suono è dimostrato dal fatto che, in Puglia, gli individui toccati dal falangio istupidiscono e giacciono mezzi morti finché ognuno non abbia ascoltato il suono che gli si adatta. Allora quello balla sopra il suono in modo appropriato, suda e quindi guarisce. E se dopo dieci anni gli capiterà di ascoltare un suon simile, immediatamente sarà trasportato al ballo. Suppongo da certi indizi che quel suono sia febeo e gioviale.

Dunque l’argomento nel XV secolo era ampiamente discusso, anche in contesti molto autorevoli.

Un’altra fonte significativa è tratta dall’opera di Niccolò Perotti (Fano 1430 – Sassoferrato 1480) – che fra l’altro fu governatore di Spoleto nel 1471-72 e di Perugia nel 1474-77. Nella sua Cornucopia (1489) inserisce un breve brano dedicato al tarantismo, dove si riferisce che (cito dal testo di Wilhelm Kathner):

Alcuni morsicati sarebbero così eccitati dal canto e dalla musica da ballare a lungo fra risate fragorose, sino a sfinirsi per la spossatezza. Altri dovrebbero piangere in continuazione, come se si struggessero di nostalgia per i propri cari, altri ancora alla vista di una donna sarebbero spinti a lanciarsi verso di lei come folli. Alcuni morivano, ridendo o piangendo.

Visto il luogo che ospita questo convegno, non possiamo però astenerci dal ricordare uno scritto singolare e di grande interesse, contenuto nello Speculum Cerretanorum di Teseo Pini, dove, come qui è ampiamente noto, l’industria della questua e l’attività di medico da piazza per cui erano famosi gli abitanti di Cerreto viene descritta con dovizia di particolari, e inoltre sono puntigliosamente catalogati quasi 40 specie di “vagabondi”, che, visto lo stato di estrema necessità in cui erano costretti a vivere, si inventavano le più fantasiose mimetizzazioni e i più contorti inganni per riuscire a sbarcare il lunario. Fra questi, vengono citati anche gli “attarantati”:

Fingono questi esser stati morsi da alcuni animali che nascono nel territorio di Taranto (da cui sono nominati) ed esser caduti in quella infirmità, che li rende come pazzi. Vibrano e sbattono la testa, tremano con le ginocchia, spesso al suono cantano o ballano, agitano le labbra, stridono co’ denti e fanno azioni da matti. Niente chiedono, ma il compagno guidone notificando per tutto ch’egli è attarantato, chiede e raccoglie elemosina per loro: oh ingegno, oh arte inaudita per il passati secoli!

Un certo Cesare conduceva per la Puglia Giacomo di Togno suo amico, legato con due catene di ferro longhissime, sì che pareva San Pietro. Questo Giacomo teneva in bocca un poco di sapone, quale per la sua amarezza era causa che dalla bocca mandasse fuori grandissima quantità di spuma e bava, come sogliono fare li cani arrabbiati. Diceva il guidone che erano di Taranto, e che quello incatenato era stato morso da uno di quei maledetti vermi; e che infatti si era arrabbiato tanto crudelmente che con le catene appena si poteva tenere, né si poteva trovar rimedio, ché tutti gli avevano fatto peggio, onde molti andavano per vederlo, e a quel batter e strider de’ denti, che faceva la bocca spumante, gli occhi a sguardature terribili, il tremor della persona, le scosse delle catene, il dir del compagno guidone “tien forte quella catena, che adesso va in furore, o là, a te, guarda che non ti morda o non ti tocchi con quella schiuma, che saresti spedito”, faceva convenire infinita quantità di popolo a vedere, e ne riceveva tante elemosine che piacesse a Dio che io avessi guadagnato tanto in quest’anno con li miei sudori, studi e fatiche, quanto questi furbi si portano alla patria sua.

Il brano, che risale alla seconda metà del XV secolo (e che viene riportato dalla versione del trattato del Pini volgarizzata un po’ truffaldina che ne diede Raffaele Frianoro – pseudonimo di Giacinto De Nobili – agli inizi del ‘600: entrambi i testi completi sono stati pubblicati in un volume Einaudi nel 1973 a cura di Piero Camporesi), è un documento molto precoce sulla diffusione del tarantismo, che doveva essere veramente notevole se già veniva in qualche modo utilizzato come veicolo di truffa.

Per inquadrare il passo dell’Antonius possono però essere maggiormente utili alcune fonti più riconducibili all’ambiente del suo autore, e in particolare al contesto napoletano. La più rilevante è certamente quella contenuta nell’opera di Alessandro D’Alessandro (1461-1523). L’umanista e giurista partenopeo, che fu molto vicino al Pontano, dedicò al tarantismo un capitolo nel secondo libro dei suoi Geniales Dies (la sterminata e magmatica “enciclopedia umanistica”, che dichiara di scrivere a partire da incontri e discussioni con alcuni fra i maggiori umanisti del suo tempo, fra cui proprio il Pontano). Questo testo riveste una grande importanza per la sua ricchezza di particolari e anche perché è uno dei primissimi racconti di prima mano, relativo a casi di tarantismo che D’Alessandro aveva osservato direttamente nel corso di alcuni suoi viaggi in Puglia. Veniamo a sapere quindi che i tarantati potevano essere guariti soltanto con la musica, poiché questa ridistribuisce il veleno in tutto il corpo e lo dissipa fino alla completa espulsione. Della tarantola, che egli descrive come animale malefico già in caso di semplice contatto, l’illustre giurista dice che il suo morso sarebbe estremamente pericoloso in estate, quando il sole della Puglia arroventa i campi. Perfino colui che non soccombe al primo intontimento, se non gli è prestato immediato aiuto, rimane alienato, non più padrone dei suoi sensi e del linguaggio, e condurrebbe solo una vita miserevole. Nella musica tuttavia pare trovarsi un sicuro rimedio: infatti appena i malati, incapaci di camminare, parlare e vedere, udivano il suono di uno strumento, si svegliavano come da un sonno profondo, spalancavano gli occhi, ritornavano di nuovo in sé e cominciavano finalmente a ballare al ritmo della musica.

Ecco come il D’Alessandro racconta di un caso da lui osservato (cito il passo così come lo riporta de Martino nella Terra del rimorso):

Mi ricordo come una volta, mentre con alcuni amici percorrevo la squallida pianura di Puglia arsa dal sole, vidi da ogni parte per Terre e Casali suonatori di timpano, o di flauto, più spesso di cornamusa, che giravano suonando: avendo chiesto la causa di ciò, ci fu risposto che con tale mezzo si curavano da queste parti i tarantati. Mossi a curiosità ci dirigemmo a un villaggio, e quivi trovammo un adolescente tarantato: il quale preso da improvviso furore andava come folle danzando non senza eleganza, con movimenti del corpo e con mimica conformi al ritmo del tamburello. Per ricevere il ritmo con maggior vigore, e come se quel ritmo gli addolcisse l’animo e gli lenisse il dolore, porgeva lentamente e quietamente l’orecchio al tamburello: quindi subito cominciava ad agitare il capo, le mani, i piedi e infine prorompeva nel ballo. La qual cosa essendo sembrata degna in tutto di riso e di gioco, colui che percuoteva il tamburello, intermise nel frattempo di suonare, facendo una breve pausa: appena il suono cessò vedemmo il tarantato, dapprima come attonito e istupidito, perder poi coscienza e cadere al suolo privo di sensi. Ma avendo ripreso il suonatore di tamburello a percuotere il suo strumento, appena l’udì, il tarantato riprese le forze, e lo vedemmo con maggior vigore levarsi in piedi e abbandonarsi alla danza.

Anche l’umanista salentino Antonio De Ferraris detto il Galateo (1444/48 – Lecce, 1517) che trattò del morso della tarantola, di cui aveva avuto esperienza diretta nelle terre natie, risiedette nella capitale partenopea a più riprese a partire dal 1465, fornendo i suoi servizi di medico presso la corte, e frequentò, a partire dagli anni ’70 del ‘400, l’accademia Napoletana, diventando amico di Giovanni Pontano, di cui scrisse anche un’orazione funebre. Questo è il breve brano sulla taranta contenuto nel suo De Situ Japigiae (scritto intorno al 1510-11 ma pubblicato solo nel 1558):

Questa provincia genera gente assai tranquilla e per nulla assetata di sangue umano, ma ad alcuni sembra che la natura abbia guastato questi suoi tanto pregevoli doni, di cui ho parlato. Essa infatti fece nascere qui una specie di ragno pericolosissima, gli effetti del cui veleno possono essere inibiti dal suono dei flauti e dei tamburelli: non lo avrei ritenuto possibile, se non lo avessi visto di persona, facendone esperienza moltissime volte […].

Altra traccia interessante che testimonia come nella Napoli di quegli anni l’argomento fosse conosciuto e ampiamente dibattuto anche nelle più esclusive cerchie intellettuali la possiamo trovare nel breve passaggio che gli dedica Johannes Tinctoris (circa 1435 –1511), teorico della musica e compositore fiammingo (il nome è la latinizzazione di Jehan le Taintenier), che nei suoi studi di teoria musicale testimonia l’esistenza di musiche usate per “risanare gli ammalati” e cita la “questione dei tarantolati. Tinctoris dal 1472 fu al servizio della corte aragonese, dove tra l’altro insegnò musica a Beatrice d’Aragona. Fu inoltre in contatto con altri esponenti della cultura umanistica napoletana, fra cui, con ogni probabilità, anche il Pontano.

 

San Vito scacciacane

Sempre a proposito delle cose pugliesi, subito prima del brano sul tarantismo, Pontano nell’Antonius riferisce di un

carme al quale […] ricorrono i pugliesi nelle loro città per curare il morso dei cani rabbiosi: durante la notte del sabato attraversano insonni la città per nove volte e implorano un certo santo chiamato Vito. Dopo aver fatto così, di notte, per tre sabati di seguito, la rabbia viene via e il veleno si estingue”.Sero si trova in un trattato sulla cura dei veleni, il Sertum papale de venenis di Guglielmo De Marra, che risale al 1362. In questo testo si riferisce come “coloro che sono morsi dalla tarantula” trovino “prodigioso ristoro in canzoni e melodie diverse”. Questo perché:

essendo canto e musica motivo di allegrezza, l’uno e l’altra sono ritenuti utili per quasi tutti i veleni: e poiché il morso della tarantula genera un morbo melanconico, e poiché la melanconia si cura nel modo più adatto con l’allegrezza, ne segue che canti e musiche son molto salutari per quanti hanno patito tale morso. In rapporto a ciò coloro che son morsi dalla tarantula traggono massimo diletto da questa o da quella musica, per esempio della cetra, e soprattutto della melodia chiamata pelandra; mentre altri si compiacciono al suono del lepote e soprattutto dell’aria chiamata Dama di Provenza, e così via per gli altri strumenti musicali, melodie e canti.

Qualche decennio dopo, un altro trattato simile, il De venenis di Sante Ardoini (composto intorno al 1426) ritorna sugli effetti del morso della tarantola, introducendo il tema del “morso che blocca”:

In certi luoghi, come ad esempio in Puglia e specialmente a Taranto, da cui forse assunse uno dei nomi suddetti, accade che, a causa del morso della tarantola, l’uomo o la donna morsicato o morsicata da questa è reso melanconico o melanconica, a tal punto che quella melanconia persiste con quella immaginazione, desiderio e pensiero in cui egli si trovava al momento del morso, fino a quando il veleno è dissipato.

Questo tema fu ripreso da molto fonti rinascimentali, fra cui una d’eccezione, Leonardo Da Vinci, che, nel cosiddetto Bestiario, databile intorno al 1494, scrive:

Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè quello che pensava quando fu morso.

A testimonianza dell’attenzione del primo Rinascimento al tarantismo, si possono citare altre due fonti illustri:

Leon Battista Alberti, che ne parla nel celebre De re edificatoria (1485):

In questo tempo presso la Puglia, in Italia, quale incredibile forza velenosa, per gli dei!, si è propagata da certi piccoli ragni della terra, il cui morso spinge gli uomini a diversi insani deliramenti e trascina come in preda al furore? […] Costoro vengono curati con i medicamenti di Teofrasto, che affermava che il suono dei flauti potesse essere impiegato per curare il morso delle vipere. Quindi i musicisti allettano gli afflitti con i vari moduli sonori. Quando invero arriva la propria giusta sonorità, subito come destati si sollevano e per l’ardore dato dalla passione assecondano il motivo coinvolgendo tutti i nervi e le energie. Ebbene, fra i morsicati ne vedrai alcuni che danzano, alcuni che cantano, altri che si accingono e tentano chi una cosa chi un’altra, come li portano la loro libidine e l’insania, e sudano sino allo stremo proseguendo vanamente per più giorni e non vi è altro modo di guarigione se non viene soddisfatta la demenza all’inizio concepita.

E anche Marsilio Ficino che gli dedica poche righe nel De vita libri tres (1489):

Invero che vi sia una certa potenza febea e medica nel suono è dimostrato dal fatto che, in Puglia, gli individui toccati dal falangio istupidiscono e giacciono mezzi morti finché ognuno non abbia ascoltato il suono che gli si adatta. Allora quello balla sopra il suono in modo appropriato, suda e quindi guarisce. E se dopo dieci anni gli capiterà di ascoltare un suon simile, immediatamente sarà trasportato al ballo. Suppongo da certi indizi che quel suono sia febeo e gioviale.

Dunque l’argomento nel XV secolo era ampiamente discusso, anche in contesti molto autorevoli.

Un’altra fonte significativa è tratta dall’opera di Niccolò Perotti (Fano 1430 – Sassoferrato 1480) – che fra l’altro fu governatore di Spoleto nel 1471-72 e di Perugia nel 1474-77. Nella sua Cornucopia (1489) inserisce un breve brano dedicato al tarantismo, dove si riferisce che (cito dal testo di Wilhelm Kathner):

Alcuni morsicati sarebbero così eccitati dal canto e dalla musica da ballare a lungo fra risate fragorose, sino a sfinirsi per la spossatezza. Altri dovrebbero piangere in continuazione, come se si struggessero di nostalgia per i propri cari, altri ancora alla vista di una donna sarebbero spinti a lanciarsi verso di lei come folli. Alcuni morivano, ridendo o piangendo.

Visto il luogo che ospita questo convegno, non possiamo però astenerci dal ricordare uno scritto singolare e di grande interesse, contenuto nello Speculum Cerretanorum di Teseo Pini, dove, come qui è ampiamente noto, l’industria della questua e l’attività di medico da piazza per cui erano famosi gli abitanti di Cerreto viene descritta con dovizia di particolari, e inoltre sono puntigliosamente catalogati quasi 40 specie di “vagabondi”, che, visto lo stato di estrema necessità in cui erano costretti a vivere, si inventavano le più fantasiose mimetizzazioni e i più contorti inganni per riuscire a sbarcare il lunario. Fra questi, vengono citati anche gli “attarantati”:

Fingono questi esser stati morsi da alcuni animali che nascono nel territorio di Taranto (da cui sono nominati) ed esser caduti in quella infirmità, che li rende come pazzi. Vibrano e sbattono la testa, tremano con le ginocchia, spesso al suono cantano o ballano, agitano le labbra, stridono co’ denti e fanno azioni da matti. Niente chiedono, ma il compagno guidone notificando per tutto ch’egli è attarantato, chiede e raccoglie elemosina per loro: oh ingegno, oh arte inaudita per il passati secoli!

Un certo Cesare conduceva per la Puglia Giacomo di Togno suo amico, legato con due catene di ferro longhissime, sì che pareva San Pietro. Questo Giacomo teneva in bocca un poco di sapone, quale per la sua amarezza era causa che dalla bocca mandasse fuori grandissima quantità di spuma e bava, come sogliono fare li cani arrabbiati. Diceva il guidone che erano di Taranto, e che quello incatenato era stato morso da uno di quei maledetti vermi; e che infatti si era arrabbiato tanto crudelmente che con le catene appena si poteva tenere, né si poteva trovar rimedio, ché tutti gli avevano fatto peggio, onde molti andavano per vederlo, e a quel batter e strider de’ denti, che faceva la bocca spumante, gli occhi a sguardature terribili, il tremor della persona, le scosse delle catene, il dir del compagno guidone “tien forte quella catena, che adesso va in furore, o là, a te, guarda che non ti morda o non ti tocchi con quella schiuma, che saresti spedito”, faceva convenire infinita quantità di popolo a vedere, e ne riceveva tante elemosine che piacesse a Dio che io avessi guadagnato tanto in quest’anno con li miei sudori, studi e fatiche, quanto questi furbi si portano alla patria sua.

Il brano, che risale alla seconda metà del XV secolo (e che viene riportato dalla versione del trattato del Pini volgarizzata un po’ truffaldina che ne diede Raffaele Frianoro – pseudonimo di Giacinto De Nobili – agli inizi del ‘600: entrambi i testi completi sono stati pubblicati in un volume Einaudi nel 1973 a cura di Piero Camporesi), è un documento molto precoce sulla diffusione del tarantismo, che doveva essere veramente notevole se già veniva in qualche modo utilizzato come veicolo di truffa.

Per inquadrare il passo dell’Antonius possono però essere maggiormente utili alcune fonti più riconducibili all’ambiente del suo autore, e in particolare al contesto napoletano. La più rilevante è certamente quella contenuta nell’opera di Alessandro D’Alessandro (1461-1523). L’umanista e giurista partenopeo, che fu molto vicino al Pontano, dedicò al tarantismo un capitolo nel secondo libro dei suoi Geniales Dies (la sterminata e magmatica “enciclopedia umanistica”, che dichiara di scrivere a partire da incontri e discussioni con alcuni fra i maggiori umanisti del suo tempo, fra cui proprio il Pontano). Questo testo riveste una grande importanza per la sua ricchezza di particolari e anche perché è uno dei primissimi racconti di prima mano, relativo a casi di tarantismo che D’Alessandro aveva osservato direttamente nel corso di alcuni suoi viaggi in Puglia. Veniamo a sapere quindi che i tarantati potevano essere guariti soltanto con la musica, poiché questa ridistribuisce il veleno in tutto il corpo e lo dissipa fino alla completa espulsione. Della tarantola, che egli descrive come animale malefico già in caso di semplice contatto, l’illustre giurista dice che il suo morso sarebbe estremamente pericoloso in estate, quando il sole della Puglia arroventa i campi. Perfino colui che non soccombe al primo intontimento, se non gli è prestato immediato aiuto, rimane alienato, non più padrone dei suoi sensi e del linguaggio, e condurrebbe solo una vita miserevole. Nella musica tuttavia pare trovarsi un sicuro rimedio: infatti appena i malati, incapaci di camminare, parlare e vedere, udivano il suono di uno strumento, si svegliavano come da un sonno profondo, spalancavano gli occhi, ritornavano di nuovo in sé e cominciavano finalmente a ballare al ritmo della musica.

Ecco come il D’Alessandro racconta di un caso da lui osservato (cito il passo così come lo riporta de Martino nella Terra del rimorso):

Mi ricordo come una volta, mentre con alcuni amici percorrevo la squallida pianura di Puglia arsa dal sole, vidi da ogni parte per Terre e Casali suonatori di timpano, o di flauto, più spesso di cornamusa, che giravano suonando: avendo chiesto la causa di ciò, ci fu risposto che con tale mezzo si curavano da queste parti i tarantati. Mossi a curiosità ci dirigemmo a un villaggio, e quivi trovammo un adolescente tarantato: il quale preso da improvviso furore andava come folle danzando non senza eleganza, con movimenti del corpo e con mimica conformi al ritmo del tamburello. Per ricevere il ritmo con maggior vigore, e come se quel ritmo gli addolcisse l’animo e gli lenisse il dolore, porgeva lentamente e quietamente l’orecchio al tamburello: quindi subito cominciava ad agitare il capo, le mani, i piedi e infine prorompeva nel ballo. La qual cosa essendo sembrata degna in tutto di riso e di gioco, colui che percuoteva il tamburello, intermise nel frattempo di suonare, facendo una breve pausa: appena il suono cessò vedemmo il tarantato, dapprima come attonito e istupidito, perder poi coscienza e cadere al suolo privo di sensi. Ma avendo ripreso il suonatore di tamburello a percuotere il suo strumento, appena l’udì, il tarantato riprese le forze, e lo vedemmo con maggior vigore levarsi in piedi e abbandonarsi alla danza.

Anche l’umanista salentino Antonio De Ferraris detto il Galateo (1444/48 – Lecce, 1517) che trattò del morso della tarantola, di cui aveva avuto esperienza diretta nelle terre natie, risiedette nella capitale partenopea a più riprese a partire dal 1465, fornendo i suoi servizi di medico presso la corte, e frequentò, a partire dagli anni ’70 del ‘400, l’accademia Napoletana, diventando amico di Giovanni Pontano, di cui scrisse anche un’orazione funebre. Questo è il breve brano sulla taranta contenuto nel suo De Situ Japigiae (scritto intorno al 1510-11 ma pubblicato solo nel 1558):

Questa provincia genera gente assai tranquilla e per nulla assetata di sangue umano, ma ad alcuni sembra che la natura abbia guastato questi suoi tanto pregevoli doni, di cui ho parlato. Essa infatti fece nascere qui una specie di ragno pericolosissima, gl

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