Musica e tradizione orale nel Salento. Le registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella (agosto 1954)

salentolomaxagaMusica e tradizione orale nel Salento è il titolo dell’ultima preziosa pubblicazione dell’etnomusicologo Maurizio Agamennone (1), data alle stampe di recente dalle benemerite edizioni Squilibri, che finalmente mette a disposizione di un vasto pubblico il corpus integrale delle mitiche registrazioni effettuate in alcuni paesi del leccese, nell’agosto del 1954, dal ricercatore americano Alan Lomax, affiancato da un giovane Diego Carpitella.

La ricerca salentina faceva parte di un’ambiziosa campagna di ricognizione sulle “musiche tradizionali” nelle regioni italiane, la prima del genere eseguita con strumenti e metodologie moderne, a partire dall’uso sistematico delle registrazioni audio. L’etnomusicologo americano in precedenza aveva effettuato dei fondamentali studi sulla musica del Sud degli Stati Uniti, e in particolare su quella della comunità afroamericana, ‘scoprendo’ alcuni personaggi leggendari, come Huddie Ledbetter detto “Leadbelly” e Muddy Waters (2), e realizzando una serie di rilevazioni che poi confluiranno nella Biblioteca del Congresso. Negli anni dopo la guerra, anche per sfuggire alle persecuzioni “maccartiste” a cui era soggetto in quanto militante della sinistra radicale (3), aveva accettato un invito della BBC e si era trasferito in Inghilterra per condurre dei programmi radiofonici dedicati alle musiche tradizionali. In quegli anni inoltre l’etichetta discografica Columbia gli commissionò una serie di dischi sulle “musiche del mondo”, basate su campagne di ricerche sul campo, che l’intraprendente americano cominciò a programmare e ad attuare. La prima campagna di rilevazione riguardò, nel 1952, la Spagna; poi venne in Italia nel 1954-55, partendo – insieme a Diego Carpitella, giovane etnomusicologo destinato a brillante carriera, che aveva già fatto delle esperienze importanti con Ernesto de Martino e con Alberto Maria Cirese (4) – dalla Sicilia, risalendo lo Stivale fino al profondo Nord e poi ridiscendendo sulla parte occidentale in un lungo e avventuroso viaggio che Lomax definirà come «l’anno più felice della mia vita» (5).

Le registrazioni frutto del breve ma molto intenso passaggio salentino, che si svolse fra il 12 e il 17 agosto 1954, sono particolarmente importanti in quanto sono state effettuate prima che il “progresso” e l’emigrazione di massa investissero questa allora remota zona dell’Italia, sconvolgendone in maniera drammatica le dinamiche socio-colturali. I due ricercatori si trovarono di fronte dunque a musicisti, cantatori e cantatrici nel pieno del loro vigore espressivo, che facevano parte di comunità coese, in cui l’azione musicale era una pratica consueta e svolta secondo codici condivisi.

I paesi coinvolti nella campagna di ricerca furono in prevalenza Martano, Calimera, Galatone e Gallipoli. A questi si aggiunsero più episodicamente altri luoghi: Lecce, Galatina, Muro Leccese e Corigliano d’Otranto. La maggior parte del tempo i due documentaristi lo passano a Martano, dove registrarono una antologia di canti, che, secondo Agamennone, risulta essere la più ampiamente rappresentativa delle pratiche musicali di una comunità locale di tutta la spedizione italiana. Nei due paesi della Grecìa vennero documentati in particolare un repertorio eseguito da una squadra di operai “cazzatori” (spaccapietre), che cantavano durante il lavoro, e un preziosissimo corpus di canti legati alla pratica della lamentazione funebre in grico, allora ancora episodicamente in uso, ma destinata a scomparire del tutto in breve tempo. Queste mirabili testimonianze di un rito antichissimo, con evidenti radici precristiane (6), vennero indagate in maniera particolarmente approfondita da Carpitella, che già aveva studiato questo genere di repertori in altri contesti, sviluppando un vivace e proficuo dialogo con le cantatrici/prefiche. A Galatone invece i due incontrarono una «singolarissima esplosione carnevalesca nel pieno dell’estate», in cui venivano usati canti con espliciti riferimenti politici (anzi, proprio elettorali), e registrarono, in un contesto festivo, una formidabile “pizzica-pizzica”. A Gallipoli invece, si imbatterono in una squadra di suonatori che eseguiva un repertorio con caratteristiche originali rispetto agli altri luoghi toccati dalla ricerca, dove era molto presente la componente strumentale, e di cui facevano parte molti canti con riferimenti al mare e a temi per così dire marinareschi (fra cui una versione, che dovrebbe essere la prima ad essere stata registrata, de Lu rusciu de lu mare, uno degli inni musicali del Salento).

Nelle oltre tre ore di musica contenute nei cd allegati al libro viene fuori un quadro ricco e composito della musica di tradizione orale del Salento, quasi, potremmo dire, “dalla culla alla tomba”: le ninne nanne e i giochi con bambini, i canti maschili e femminili eseguiti in polifonia durante il lavoro, canti d’amore e di nozze, canti narrativi, canti religiosi, canti d’autore ormai assorbiti dalla tradizione orale (fra cui diverse versioni delle celeberrime Kali NItta e Aremu Rindineddha-mu), fino ad arrivare ai moroloja, le lamentazioni funebri in grico. Spicca la quasi totale assenza della pizzica-pizzica, presente in pochi episodi, anche se di altissima qualità esecutiva, dato clamoroso se consideriamo invece come oggi, nel vortice del movimento musicale salentino, questa musica, nelle sua intima connessione con la danza, sia considerata quasi come un “marcatore identitario”. Agamennone mette invece in evidenza la presenza molto cospicua di canti eseguiti da gruppi di persone in polifonia, modalità esecutiva che viene individuata come un vero e proprio “‘habitus culturale”: «Allorché cantavano insieme, gli uomini e le donne presenti nelle registrazioni dell’agosto 1954 esercitavano rapidamente una netta separazione di ruoli, disponendosi in parti diverse simultanee, innescando relazioni e processi che assumevano uno spiccato carattere sociale, oltre che musicale». Un “fare musica insieme”, secondo un codice condiviso dalla comunità, pratica oggi sostanzialmente scomparsa.

Il corposo volume, oltre alla trascrizione di tutti i canti presenti nei cd, sottopone la ricerca di Lomax-Carpitella ad un serrato vaglio critico, che parte da una analisi approfondita del contesto socioculturale che caratterizzava il Salento dell’epoca, per arrivare ad una indagine minuziosa dei repertori e delle modalità esecutive (spesso con trascrizioni musicali e ‘sonogrammi’), indagando a fondo anche il rapporto fra i due prestigiosi ricercatori – caratterizzati da personalità e approcci molto diversi, che però riuscivano bene ad integrarsi – e gli “informatori”, che dimostrano di essere perfettamente consapevoli delle proprie competenze musicali e del valore del processo di ricerca in cui erano coinvolti. Inoltre, un lungo lavoro ‘sul campo’ ha consentito ad Agamennone di acquisire molte preziose informazioni sul contesto e di individuare, anche oltre la documentazione lasciata dai due studiosi (lacunosa a causa di un furto degli appunti di Lomax avvenuto in Campania), una buona parte dei nomi dei cantatori.

Per concludere, vorrei fare un riferimento ad una vera e propria chicca. Nel libro viene anche – finalmente – chiarita la storia di Rirollallà rirollalà, una sorta di pizzica-pizzica cantata a due voci femminili in grico e accompagnata da una singolare percussione, forse il coperchio di una pentola, che era stata in passato oggetto di numerosi errori di attribuzione (7). Agamennone ricostruisce minuziosamente la complicata storia di questa registrazione – che fra l’altro è uno dei brani più rieseguiti dai gruppi della attuale riproposta – svelando definitivamente il curioso ‘segreto’ delle sue origini (che lasciamo scoprire al lettore) (8).

Musica e tradizione orale nel Salento è dunque un’opera di straordinaria importanza, un tassello fondamentale nel lavoro di ‘restituzione’ della memoria musicale del Salento – una delle conseguenze positive dell’esplodere del “movimento della pizzica” – che ha portato alla pubblicazione delle registrazioni frutto delle ricerche ‘storiche’, effettuate da prestigiosi studiosi ‘forestieri’, ma anche, a partire dagli anni Settanta, da ricercatori locali (9). In questo caso tale tesoro viene restituito con un apparato critico raffinato e di alto livello scientifico, che potrà consentire agli studiosi e agli appassionati (e speriamo anche ai musicisti, che potranno trovarci tanti stimoli) di conoscere e approfondire al meglio quel mondo lontano che tanto continua ad affascinarci.

 

1. Docente all’università di Firenze, allievo di Diego Carpitella e già autore di un’altra importante opera, Musiche tradizionali del Salento. Le registrazioni di Diego Carpitella ed Ernesto De Martino (1959 – 1960),  libro più 2 cd, Squilibri edizioni.
2. Un avvincente racconto di questa esperienza è contenuto in The Land Where The Blues Began, libro tradotto qualche anno fa anche in italiano (e pubblicato dal Saggiatore con il titolo La terra del blues).
3. Lomax era stato anche un importante attivista politico e sociale, spesso in collaborazione con Woody Guthrie e Pete Seeger, con cui aveva realizzato diversi programmi alla radio e l’antologia di canzoni di protesta Hard Hitting Songs for Hard-Hit People.
4. Per maggiori informazioni sulle esperienze di ricerca di Carpitella precedenti a quella salentina del 1954 si possono consultare alcune altre pubblicazioni dell’editore Squilibri: Giorgio Adamo (a cura di), Musiche tradizionali in Basilicata. Le registrazioni di Diego Carpitella ed Ernesto de Martino (1952), libro più tre cd; Antonello Ricci, Roberta Tucci (a cura di), Musica arbëreshe in Calabria. Le registrazioni di Diego Carpitella e Ernesto de Martino (1954), libro più cd; Maurizio Agamennone, Vincenzo Lombardi (a cura di) Musiche tradizionali del Molise. Le registrazioni di Diego Carpitella e Alberto Mario Cirese (1954), libro più cd.
5.  Titolo anche di un bel libro pubblicato dal Saggiatore a cura di Goffredo Plastino.
6. Sulla lamentazione funebre della Grecìa Salentina, oltre al pionieristico saggio di Maria Corti, Panta nifta scotinì: sempre notte buia, originariamente apparso in “L’Abero”, rivista dell'”Accademia Salentina”, n.5/8 1951 e poi ripubblicato in Maria Corti, Otranto allo specchio, Milano, All’insegna del pesce d’oro 1990, si possono citare i lavori di Brizio Montinaro: Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento, Bompiani 1994, e Il tesoro delle parole morte. La poesia greca del Salento, Argo 2009. Per un inquadramento più generale rimandiamo al classico di Ernesto de Martino Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria, Einaudi 1958 (n. ed. Bollati Boringhieri 2000).
7. Ad esempio Carpitella l’aveva inserita nel vinile allegato alla prima edizione – 1961 – della Terra del rimorso di Ernesto de Martino, dichiarandola – erroneamente – come brano usato nella terapia del tarantismo, registrato, chissà perché, a Taranto. Questi dati non corretti sono stati peraltro acriticamente riportati nella recente nuova edizione del capolavoro demartiniano, che aveva come allegato un dvd contenente le tracce sonore del vinile del 1961. Cfr. Ernesto De Martino, La Terra del rimorso. Contributo ad una storia religiosa del Sud, a cura di Clara Gallini, libro più DVD, Il Saggiatore 2008 (prima edizione 1961)
8. Comunque alcun approfondimenti si possono leggere qui
9. Oltre ad Alan Lomax e Diego Carpitella possiamo citare Ernesto de Martino, Roberto Leydi, Gianni Bosio e Giovanna Marini e per i locali, fra gli altri, Brizio Montinaro, Luigi Lezzi e Luigi Chiriatti.

 

 

 

 

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