In memoria di Luigi Stifani

di Sergio Torsello

Luigi Stifani

Luigi Stifani

Il Comune di Nardò ha deciso di dedicare una via a un concittadino (a suo modo) illustre: Luigi Stifani (14.02.1914- 28.06.2000), l’ultimo grande “musicista terapeuta” del tarantismo. Per ricordare questo personaggio per molti aspetti fondamentale, pubblichiamo questo articolo apparso nella brochure del festival La Notte della Taranta del 2010, in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa.

“Ho preso il violino all’età di 16 anni, ho cominciato a suonare e poi mi sono miscellato nelle tarantolate”. Si raccontava così Luigi Stifani, il barbiere violinista che fu l’informatore privilegiato di Ernesto de Martino nel corso della celebre inchiesta sul tarantismo salentino del 1959. E in quella definizione ( “miscellato”, immerso fin quasi a confondersi) c’è tutto l’universo culturale di un personaggio singolare, sulla cui complessa figura ancora oggi, a dieci anni dalla morte, si accende la riflessione. Nato a Nardò nel 1914, Stifani muore nel 2000, nel fatidico giorno delle celebrazioni in onore di San Pietro e Paolo, a pochi giorni dall’apparizione del suo libro, Io al santo ci credo, uno straordinario documento demoantropologico nel quale sono annotati i casi di tarantismo affrontati in quarant’anni di meloterapia a favore delle “vittime della tarantola”. Riletta oggi la sua vicenda appare sempre più come quella dell’ultimo erede di una lunga tradizione di personaggi mitici e straordinari, i “musici”, la cui funzione era tanto importante da conferire loro – come annotava Ernesto De Martino – il carattere di “esorcisti, medici ed artisti”. Non a caso ancora oggi tra gli anziani di San Vito dei Normanni (Br) dove nel secolo scorso operavano figure di leggendari violinisti terapeuti come Vincenzo de Leonardis detto lu macu, si sente dire che la risoluzione della crisi non “ era cosa ti santi, lu miraculu lu facevune li sueni e li culuri” ( non era cosa di santi, il miracolo lo facevano i suoni e i colori). Sui repertori musicali praticati da Stifani sappiamo ormai molto, grazie agli studi di Costance Frei, Maurizio Agamennone e soprattutto di Ruggero Inchingolo. Ma Luigi Stifani non era solo una preziosa fonte di informazioni sulla musicoterapica del tarantismo. Egli era anche uno dei più profondi conoscitori dell’”ideologia popolare della taranta”, per usare una precipua definizione demartiniana, una singolare personalità capace di porsi come elemento di mediazione “attiva” tra sapere tradizionale e mondo accademico, tra l’oralità e la scrittura. In queste vesti, nei quarant’anni successivi all’apparizione de La terra del rimorso, Stifani ha fornito una mole considerevole di informazioni che costituiscono ancora oggi una fonte ineludibile per quanti sono impegnati a ricostruire la complessa fenomenologia del tarantismo. A dieci anni dalla morte, un inedito fondo documentario getta ora nuova luce sull’emblematica figura di Stifani. Si tratta di lettere, biglietti d’auguri e corrispondenza varia, che documentano i molteplici rapporti tra il violinista di Nardò e una folta schiera di studiosi e ricercatori: Roberto Leydi, Diego Carpitella, Gianfranco Mingozzi, Luigi Chiriatti, Edoardo Winspeare, Ruggero Inchingolo, per citarne solo alcuni. In questa vasta mole di materiali, un documento sembra particolarmente importante: una lettera inviata a Roberto Leydi con la quale si chiedeva che gli venisse assegnata una cattedra universitaria, quasi un riconoscimento honoris causa, per i meriti acquisiti sul campo nello studio del tarantismo. Siamo di fronte ad un deciso ribaltamento di ruoli tra antropologo e informatore. Si è discusso molto negli ultimi trent’anni sulle complesse dinamiche relazionali che si instaurano sul campo tra “l’antropologo e la sua ombra”. In questo contesto, che guarda non più separatamente al ruolo dell’antropologo e a quello dell’informatore, ma alla relazione dialogica tra entrambi come uno dei luoghi elettivi di produzione del sapere antropologico, la figura di Stifani diventa cruciale se messa in relazione con quella del suo scopritore Ernesto De Martino. Stifani infatti non è mai citato espressamente nella Terra del rimorso, e ciò è dovuto non solo alla nota preoccupazione demartiniana di sottrarre gli attori del mondo popolare all’ulteriore “violenza” dell’esposizione pubblica. Pur sensibile come pochi al tema dell’”incontro etnografico”, de Martino ha un atteggiamento ancora troppo “unilaterale”, come dice Clara Gallini, alla “pratica dello sguardo” che connota l’antropologia novecentesca, non si è ancora affiancata una pratica dell’”integrazione delle voci”. Solo dopo l’apparizione della monografia demartiniana, del resto, Stifani si riprende la parola, rifiuta la condizione di invisibilità in cui è relegato e si rappresenta come un soggetto in costante dialogo con il mondo della ricerca etnoantropologica. Per questo, credo che Stifani sia da annoverare tra le figure celebri di informatori che costellano la tradizione antropologica novecentesca: da George Hunt che Franz Boas aveva trasformato in un vero e proprio etnografo a Ogotemmeli che svelò a Marcel Griaule l’immaginifica cosmogonia dei Dogon, fino a Tuhami, diventato noto a fianco di Vincent Crapanzano. Figure emblematiche, che hanno avuto un peso decisivo nella redazione di molti classici della tradizione antropologica, ma anche protagonisti esemplari di vicende che testimoniano come lo sguardo degli osservatori non sia mai privo di effetti sugli osservati. Ce n’è abbastanza , insomma, per rileggere le preziose testimonianze di Stifani anche da questo inedito punto di vista.

 

Questo articolo è originariamente apparso nella brochure del festival La Notte della Taranta del 2010, in occasione del decimo anniversario della sua scomparsa del violinista neretino.

Una recensione della autobiografia di Luigi Stifani Io al santo ci credo. Diario di un musico della tarantate, con un’intervista a Sandro Portelli, uscita nell’agosto del 2000, si può leggere cliccando qui. Uno stralcio dell’introduzione invece si può leggere cliccando qui.

Le fondamentali registrazioni di Diego Carpitella del 1959, relative all’orchestrina dei musici terapeuti del tarantismo capitanata da Stifani, sono state pubblicate nei cd allegati al volume Musiche tradizionali del Salento (Squilibri). Una recensione dell’opera si può trovare qui: http://www.vincenzosantoro.it/dblog/articolo.asp?ID=84

Occorre segnalare anche i fondamentali studi di Ruggiero Inchingolo: il libro Luigi Stifani e la pizzica tarantata (Besa Editrice), e il CD Le pizziche tarantate di Luigi Stifani, di fatto introvabili, che speriamo presto possano essere di nuovo disponibili per gli studiosi e gli appassionati.

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