Antonio Prete e il Salento della memoria e della nostalgia

di Vincenzo Santoro, 19 settembre 2013

Compassione-PreteAntonio Prete è uno studioso e critico letterario, che per molti anni è stato docente di Letterature Comparate presso l’Università di Siena. Oltre ad aver pubblicato diversi saggi di argomento letterario e importanti traduzioni (fra cui quella de I fiori del male di Baudelaire), ha anche scritto alcune preziose raccolte di poesie e racconti.

Originario di Copertino, dove è nato nel 1939, nelle sue opere affiorano spesso dei riferimenti alla terra d’origine, e in particolare alla cultura popolare e al tarantismo (Prete ha il grande merito di aver suggerito all’editore Il Saggiatore la riedizione, nel 1994, della Terra del rimorso di Ernesto de Martino, come ha raccontato in una intervista oncessa a Sergio Torsello pubblicata sulla rivista Controcanto nel 2006).

In L’imperfezione della luna, raccolta di racconti edita per Feltrinelli nel 2000, emerge in continuazione un Salento della nostalgia, dei ricordi infantili e adolescenziali – ma con lo sguardo sempre vigile rivolto anche ai drammi di oggi, a partire da quello dei migranti che sbarcano sulle nostre coste. L’autore ci informa che una parte delle prose del libro «hanno sullo sfondo il paesaggio salentino, dove sono nato e cresciuto: una balza di terra rossa, zolla arsa e pietrosa, coperta da un mantello verdescuro di ulivi». In molti di questi racconti brevi emergono i temi della “magia” popolare e del tarantismo. A volte in modo fantasioso e bizzarro, come in A sud del passato, una sera:

C’erano nella strada facce ossute, di malta, facce di terracotta, di gesso, facce di zucca con gli occhi e i denti illuminati dentro da candele, c’erano carcaluri e monachelli, saltellavano nella folla, sgusciavano ridendo, la vecchia centenaria, quaremma musitorta, borbottava litanie strisciando lungo i muri, la ragazza con i trampoli, la veste lunga d’organdis, sfiorava i gerani dei balconi, il sordo col calesse schioccava la frusta nell’aria bestemmiando, sul sedile con lui i due nani gemelli, col gilè, il cipollone nel taschino, la paglietta di panama sulla nuca: andavano nel vento della sera, andavano verso la piazza, nella folla si faceva largo l’arciprete con la cotta di trina e l’aspersorio, passava la mercantessa di Lequile che di giorno arrivava col baroccio e vendeva uova, scampoli di taffettà, pettinasse, sparadrappi, saponette, c’era con lei il contadino che nelle notti chiare correva gridando alla luna, inseguendola fino al mare di Gallipoli (…).

Oppure in maniera più realistica, come nei due racconti che trattano delle tarantate, La stagione delle tarante e La tarantata, dove è contenuta la descrizione di un esorcismo domiciliare:

È distesa sul pavimento, riversa, la testa sulla coperta di lana, le braccia aperte a croce, un tremito spezzato a intervalli da un sospiro (…). La ragazza è sul pavimento, i capelli neri, ricci, l’orlo della veste bianca copre la caviglia, nelle mani stringe un fazzoletto colorato, non ha scarpe, gli occhi mandano lampi, guardano la porta che è aperta sulla strada. Si avvicinano voci, i musicanti sono già sulla soglia, c’è il violino, la chitarra, il tamburello, c’è la fisarmonica, si dispongono a semicerchio intorno alla tarantata che ora ha sollevato un braccio appoggiandolo sulla sponda del letto. (…) Accovacciati lungo la parete accompagniamo con le mani i colpi del tamburello che corre, precipita, rimbomba, e in un angolo figghia mia! sospira una donna vestita di nero, mentre riaccende una candela sul comodino, nell’aria l’odore di cera, un musicante si terge il sudore, poi rientra nel cerchio della pizzica-pizzica, che vortica nella stanza, rimbalza sui muri, negli occhi, nelle vene. La tarantata ora danza più veloce, figura una scherma, il braccio è una spada, balla guardando san Paolo, parlando con lui, ha gli occhi lucenti, i musicanti si stringono in cerchio, l’uomo della fisarmonica si inginocchia, guarda la ragazza che è di nuovo per terra, che sospira, che si distende come per dormire, mentre la musica perde la febbre, piano si spegne, e le donne ai piedi del letto dicono ancora santu Paulu mia, fanne la grazia!

In Otranto, emerge il dramma dell’invasione ottomana del 1480, con il racconto di Alì, un “turco” che si aggira per la città piegata dall’assedio, fuggendone e finendo poi per perdersi nelle campagne della Grecìa.

Nel 2004 Prete pubblica con l’editore Nottetempo un’altra raccolta di racconti, Trenta gradi all’ombra, «trenta movimenti narrativi verso l’ombra e sull’ombra», in cui vengono continuamente evocati i paesaggi mediterranei in cui l’autore ha vissuto la sua infanzia. In Epilogo. La luce, dall’ombra, emergono i ricordi incantati della terra salentina immersa nel sole meridiano, in cui «le parole nell’aria» dei canti contadini «si disfano»:
All’ombra ascoltavo, ragazzo, i racconti delle donne che infilavano le foglie del tabacco. In quei racconti, e nella voce di vetro e di trina che d’improvviso intonava una canzone d’amore ondeggiando sopra volute arabe, seguita subito da altre voci terse e malinconiche, la povertà aveva una sosta, una piccola remissione. E le facce, non più orlate da scialli scuri, si facevano di perla e d’arancia. Il riso – fosse di ammiccamento o di dimenticanza – lampeggiava negli occhi.

E, infine, la visione e i suoni del mare:
Osservare il mare, le sue scaglie di luce e le gradazioni del suo verde e del suo blu, dall’ombra di un cespuglio, dove la macchia di lentisco e di mirto è più folta ma già cede alla sabbia delle dune: di qua il profumo di una terra aspra e pietrosa, di là il suono dello sconfinato, il rumore della lontananza. Lu rusciu ti lu mare, il suono del mare, è voce che poi ti accompagni. Anche nell’atonia, o nel deserto del sentire.

E un riferimento al Salento è contenuto anche nel recente Compassione. Storia di un sentimento (Bollati Boringhieri 2013), saggio coltissimo e affascinante, in cui Prete «esplora le ambiguità» e «rilegge le mitografie» di questo sentimento, compiendo un viaggio nell’immaginario letterario (e non solo) dall’antichità ai giorni nostri, accostando alle voci di autori da lui studiati (soprattutto Baudelaire e Leopardi) «la sinfonia di altre voci» illustri.

Nel paragrafo dedicato a Il pianto, oltrelingua della compassione, ritornano due immagini della terra natìa, lontane nella memoria ma ancora vivide:

Tra le prime immagini che nell’infanzia si sono dipinte sul muro della mia memoria, e non più cancellate né sbiadite, c’è, nella forte luce meridiana, distesa su una coperta al centro di una stanza di calce, una ragazza chiusa nella lunga veste bianca, c’è il suo lento sussulto, il suo strisciare per terra che piano piano asseconda il suono del violino, e poi si trasforma lentamente in un ritmo, e già la figura si è levata, è entrata nel ballo, mente intorno una madre vestita di nero piange e prega il santo delle tarante, che è santu Paulu, e noi bambini, tutt’intorno, assistiamo muti al rito, e siamo anche noi, con i pensieri, nel vortice della musica che cresce, nel grido della ragazza vestita di bianco che danza veloce nell’affanno della musica, siamo anche noi nel lamento della madre.

E c’è anche un’altra immagine, lontanissima ora nella memoria: sono presso l’uscio di una casa, sempre nel meriggio di abbaglio e di ombre, e c’è nella casa una donna vestita di nero, il capo coperto da un fazzoletto anch’esso nero, che grida e piange e recita parole alte, con sospiri, e si porta le mani al capo e si e si batte i fianchi a un corpo composto nella bara, esposto nel centro della stanza. Avrei saputo dopo alcuni anni che era, quella donna, una delle ultime prefiche: non so quali fossero allora le parole del suo compianto. Di altri compianti o lamenti, detti moroloja, propri di quei nostri paesi, avrei appreso nel corso degli anni alcune strofe. Eccone una, in gricu, in cui riaffiora l’antica premura materna perché al giovane figlio privato della vita non sia gelido e aspro il cammino verso l’Ade:

Mila, mila dodeca

cidogna decatria

ta dìome u pedìomu

na ta pari es tin fsenia

Mele, mele dodici

e tredici cotogne

daremo a mio figlio

che le porti nel paese straniero.

L’antichissimo compianto, che trascorre nell’epica greca e nei tragici, e giunge fin nel Salento della mia infanzia, è rimodulato, in versione cristiana, nelle tante variazioni medievali – liturgiche e drammaturgiche – della scena definita come dolor Mariae de filio, il dolore della madre che piange la morte del figlio (…).

 

per leggere l’intervista ad Antonio Prete di Sergio Torsello cliccare qui

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