Il ritmo meridiano

Franco Cassano è stato eletto in Puglia nella lista del Pd per la Camera dei Deputati, e questa mi pare una delle non molte buone notizie che sono ultimamente arrivte da quel versante. L‘intellettuale barese stato, a partire della pubblicazione del suo fondamentale saggio Il pensiero meridiano (Laterza 1996), uno dei più importanti riferimenti per il nostro lavoro di rivitalizzazione “dal basso” della nostra terra attraverso la valorizzazione della sue culture tradizionali (e non solo), e spesso ci ha aiutati a decifrare la complessa fase storica che stavano attraversando il Salento, la Puglia e il Mezzogiorno e a capire il senso profondo delle cose che stavamo facendo. Qualche anno fa, scrisse questo interessante e stimolante intervento sul movimento salentino della pizzica, che pubblicammo nel volume  Il ritmo meridiano. La pizzica e le identità danzanti del Salento, a cura di Vincenzo Santoro e Sergio Torsello, edizioni Aramirè 2002

Franco Cassano

Franco Cassano

Danzare contro la solitudine, di Franco Cassano

Le patologie del moderno e la musica che lega

Ci si chiede di correre e di competere, di lasciar cadere, come un’inutile zavorra, tutti i legami. A lungo “tradizione” è stata una brutta parola, il predominio del passato sul presente, del gruppo sull’individuo, una prigione da cui fuggire per salire, liberi e belli, sulla grande corrente del progresso universale. E di tutto questo passato abbiamo fatto detriti e rifiuti, consacrandoci alla nuova divinità della Perpetua Innovazione. Ma innovare continuamente significa rendere nello stesso tempo tutto ciò che esiste vecchio e obsoleto, rinnegare a priori ogni passato, anche recente, gettar via tutto ciò che non serve alla devozione dominante, agli dei del mercato e della competizione. Eppure il rimosso ritorna: l’orgia delle innovazioni ritorna come orgia dei rifiuti, che ci circondano alla periferia delle grandi città e sconvolgono l’atmosfera, mentre si allarga la legione di naufraghi che, pur di salire a bordo, sono disposti a tutto. Molte malattie senza nome, nei piani bassi della società come in quelli alti, nascono dalla sconfitta in questa corsa o anche dalla semplice paura di essa, che angoscia anche chi è forte e sta nel gruppo di testa. Il comandamento “tu vincerai!” crea, come in un romanzo di Stephen King, dietro l’angolo della “normalità” incubi e fantasmi, e talvolta la notte ci si sveglia all’improvviso tutti sudati, perché si è visto in faccia lo spettro della sconfitta, la possibilità che in ogni momento può bussare anche alla porta dei vincenti.

Quando ritorna, il rimosso è spesso sfigurato ed aggressivo. Quando una cultura, dopo essersi convertita alla religione della corsa e aver cancellato tutte le reti di protezione, scopre che le tocca sempre e soltanto il ruolo del perdente, che i posti disponibili sono solo quelli in piedi, il rimosso può ritornare nella sua forma aggressiva. La tradizione viene riscoperta per permettere ad una cultura di proteggersi, proclamando la propria incommensurabilità con quella dominante. Se si capisce che il gioco è truccato, l’unica salvezza è cambiare il gioco, cercando di restaurare, anche con la forza, quello abbandonato. Il fondamentalismo religioso è nato nei paesi musulmani più toccati dalla modernizzazione, nel momento in cui si è diffusa la convinzione che si fosse entrati nella modernità solo per sedersi sconfitti ai suoi margini. Il ritorno alla tradizione, nella sua forma chiusa e aggressiva, è un atto difensivo rispetto alla forza della cultura dominante, la volontà di proclamare valori diversi da quelli imposti dalla occidentalizzazione del mondo. La stessa immagine, così caricaturale, del grande Satana occidentale, non è che la manifestazione di questa reazione allergica, la risposta parossistica di un sistema immunitario esasperato da un assedio sempre più fitto e pervasivo.

Ma della tradizione è possibile anche un ritorno non sfigurato, capace di fare da contrappeso alla competizione selvaggia, senza farsi risucchiare da nostalgie integralistiche, inseguendo un’idea difficile ma preziosa di Misura. La tradizione può ritornare riportando alla memoria le storie comuni, facendo riemergere una grammatica anteriore e interiore, fatta di simboli, gesti e suoni condivisi. Secondo questa grammatica comune la salvezza non è mai individuale, ma collettiva, perché, per salvarsi, bisogna ritrovare la comune appartenenza. Per guarire è necessario evitare l’isolamento e la chiusura, occorre darsi agli altri. Nella grammatica della modernità noi siamo sempre soggetti liberi e soli, capaci di calcoli, progetti e speranze individuali, monadi progettanti la propria felicità e salvezza personale. Tutti noi siamo figli di questa grammatica dell’emancipazione, siamo fuggiti dalle maglie strette di una tradizione opprimente. Ma questa grammatica, con il suo ottimismo lineare, è stata costruita da coloro che nella modernità sono arrivati per primi, è ricalcata sulla loro esperienza, anche se viene predicata a tutte le latitudini, come un vangelo secolarizzato. Chi arriva dopo, si trova quasi sempre di fronte ad un quadro diverso, ad una competizione impervia o fittizia, in cui i punti di partenza sono profondamente disuguali. La rincorsa, pur affrontata con le migliori intenzioni, dopo una buona partenza, spesso si scompone, e allora subentrano lo scoraggiamento o addirittura la tentazione di barare, la prostituzione accelerata della propria economia e della propria cultura.

Per evitare queste derive, è necessario un gioco molto più complesso di una reazione allergica, di un riflesso difensivo. La tradizione non è solo un passato regressivo, perché in essa è invece possibile trovare risposte a bisogni attuali, idee di ricchezza diverse da quella dominante, consegnata nel puro accumulo privato di merci, nella salvezza solitaria dell’individuo radicale. Essa offre, in altre parole, a uomini sbandati una storia condivisa, e ritorna a far apprezzare il vantaggio dei beni comuni, di una solidarietà territoriale, allargando l’idea di ricchezza. E’ allora che qualcuno inizia a suonare e danzare, perché è nella musica che si ritrova la memoria, una nuova memoria, che nasce da un bisogno del presente. Si scopre così che la tradizione è anche un’idea di dignità non vendibile all’asta, che l’orgoglio dell’appartenenza non è solo una malattia che contrappone gli uomini, ma anche un rapporto di cura e di attenzione per luoghi che a lungo avevamo attraversato distrattamente, tutti chiusi nella solitudine della corsa. E’ questo sentimento di affiliazione e appartenenza che ha permesso di riscoprire che non siamo solo monadi competitive, ma condividiamo dei beni comuni, che dobbiamo aver a cuore l’utilità e la bellezza dei luoghi, che dobbiamo ritrovare l’indignazione per lo stupro delle coste. Ci sono beni che si producono solo se si sta insieme, se si ha qualcosa in comune.

La tradizione non è più un’appartenenza repressiva che schiaccia e deforma, ma qualcosa che fa attrito rispetto alla disinvolta e leggera facilità della mercificazione, che, mettendoci tutto a disposizione, sembra allargare la sfera della nostra esperienza, ma in realtà la restringe, perché conosce solo il semplice gesto dell’ingoiare. E’ forse questo il senso più forte che emerge da Sangue vivo di Edoardo Winspeare: la tradizione (il ritmo della pizzica, il padre) non è più la caricatura oppressiva dei film degli anni Sessanta, ma una salvezza, l’ormeggio che ci sottrae ad una deriva che spesso ci consegna nelle mani dei peggiori di noi. Essa ha mutato funzione rispetto ad allora: l’uomo deve poter ancorare alla terra la barca della sua libertà.

D’altro canto questo ritorno della tradizione non è, come molti temono, la vittoria dalla nostalgia e della regressione, ma al contrario l’occasione per un’idea di libertà più ricca e concreta, capace di affrontare le sfide della complessità. Questa idea di tradizione non stringe, ma allarga il nostro linguaggio, ci rende compiutamente uomini di confine. I livelli dell’esperienza in questo modo si moltiplicano, intrecciando la dimensione globale a quella nazionale e locale. Chi conosce più lingue abita più mondi, ha un’anima più larga, ha più parole da dire e più storie da raccontare. Una tradizione aperta è come un elastico, sembra un andare indietro, ma è solo un prendere la rincorsa, un rilanciare in un’orbita planetaria le voci di una terra, scoprendo che esse giungono più lontano delle deboli imitazioni di storie nate altrove.

Quando parte la musica, quando uomini e donne incominciano a ballare, quando la nostra individuazione apre per un attimo i suoi cancelli dorati, quando ci si scopre dentro una comune appartenenza, quando un suono antico sembra varcare la stretta del tempo e lega le generazioni al di là di tutte le differenze, quando ci si medica ballando insieme, quando si scopre che ci sono ricchezze esperibili soltanto insieme agli altri, solo sentendosi parte di una comunità, allora si elabora una risposta alla solitudine del cittadino globale. Di fronte al mondo della competizione, questo stringersi è una risposta che dice: cerchiamo di fare squadra, riscopriamo il valore aggiunto che può venire dalla cooperazione, perché senza questo bene comune per noi non c’è futuro. Non siamo solo individui adulti e raziocinanti, impegnati a superarsi in una competizione infinita, ma anche figli di una stessa terra, abbiamo qualcosa che ci tiene insieme, abbiamo bisogno di curarci delle stesse malattie, di trovare nella musica un farmaco comune.

Quel farmaco risponde al bisogno di un legame sociale, di un minimo di stabilità e di presenza, avrebbe detto Ernesto de Martino. Solo se sapremo ridare spazio a questo bisogno, a questa “voglia di comunità” (Bauman), saremo stati capaci di evitare che la libertà si rovesci in anomìa. Quella danza, che parte tenendo in un unico cerchio diverse generazioni, è questo bisogno di appartenere agli altri, di una “social catena” capace di medicare le nostre paure di fronte ad un mondo incontrollabile, che mette a rischio la nostra presenza. E’ su questa base sentimentale, su questa connessione che si fonda anche quella fragile e preziosa creatura che è lo spazio pubblico, è in questo incontro dei corpi che la politica può generare ancora passioni, l’idea che esistano beni comuni e non solo bottini privati. Saper capire questo bisogno di legame, usarlo senza far chiudere il cerchio su se stesso, ma tenendolo aperto, farlo affacciare in un universo plurale, vuol dire riuscire a vedere nella storia di una terra di confine il riflesso di un bisogno universale.

Moltitudini improbabili e comunità possibili

Qualche teorico degli sconvolgimenti prossimi venturi auspica l’integrale sradicamento, perché si aspetta che da esso venga una straordinaria palingenesi, che la talpa della mercificazione universale, chissà poi perché, prepari l’avvento di una comunità planetaria, aspetta ancora che il capitale lavori per il comunismo. L’idea che una nuova forma di comunità possa nascere succhiando la ruota dello sviluppo, e rubandogli la vittoria all’ultimo chilometro, è una comprensibile consolazione per chi pensa ancora che il Progresso sia una variabile dipendente dello Sviluppo, che lo spirito del mondo nasca sempre dalle terre alte, dai paesi più ricchi. Ma dal momento che è invece probabile che dall’universale sradicamento nasca solo una moltitudine sbandata, una comunità di profughi, una riserva indiana accerchiata dall’universale devastazione, sarebbe bene dismettere queste velleitarie e nostalgiche apologie del moderno.

Bisognerebbe provare a pensare che forse la ricerca di una comunità del futuro passa attraverso la rottura di molte ovvietà nascoste, richiede un ribaltamento del modo tradizionale di pensare la gerarchia cognitiva tra il nord e il sud del mondo, che tracce di comunità si possano incontrare più facilmente laddove l’impronta dello sviluppo è più recente, e meno devastante. Se il sud del mondo getta via tutto il suo corredo culturale per salire sul treno in corsa dello sviluppo, è molto probabile che, nella migliore delle ipotesi, rimanga per tutta la corsa sul predellino, stretto tra il non più delle vecchie ricchezze e il non ancora delle nuove. Forse il sud non è uno scarto in negativo rispetto allo sviluppo, ma un’occasione per ripensarlo, per aiutare il nord ad uscire da una dismisura che tutto sacrifica al dogma dell’immacolata innovazione.

Il sud non è solo il non-ancora dei paesi sviluppati, un bambino al quale un giorno, se farà il buono, finalmente sarà concesso di diventare nord, ma un luogo più complesso, denso di possibilità diverse, contemporaneamente vicino ai precipizi del degrado, ma anche alla sperimentazione di qualcosa che il nord ha probabilmente dimenticato. Dentro a questa idea più complessa di ricchezza ci sono forme di esperienza che lo sviluppo aveva gettato via e che invece ritornano ad essere preziose. Il moderno, chiuso dentro alle sue mitologie, è veramente il passato che non passa, la nostalgia di un Progresso che non verrà più, perché la strada che esso ha scelto, quella dello Sviluppo, va in un’altra direzione. A suo tempo uno scambio ha allontanato i due binari: i passeggeri del vagone dello sviluppo hanno continuato a pensare di essere in viaggio verso la città del progresso, mentre la strada era un’altra. Oggi forse occorre ritornare a cercare quello scambio: il sud può aiutare il nord a pensare un futuro libero dal primato dell’ossessione competitiva.

E’ questa la corrente dentro la quale la storia della “pizzica” diventa interessante, perché essa si rivela come un segmento prezioso di un movimento più generale, del bisogno di ritematizzare il legame sociale. La pizzica non è un neocampanilismo regionale, ma una sorta di messaggio generale, essa cerca altre danze, anche quando sono nate altrove e sembrano non rassomigliarle. E’ per questo che il fenomeno non si lascia ricondurre nel vocabolario sofisticato di un’antropologia elegante e un po’ fatua, che si ferma proprio quando bisognerebbe partire. Certo l’identità è sempre una costruzione culturale, l’aveva detto già a chiare lettere Max Weber, ma che significa nell’epoca presente questo ritorno del bisogno di marcatori d’identità? E soprattutto se esso è una costruzione, come la si orienta?

Marcando un’identità gli uomini rivelano di aver bisogno, nell’epoca della globalizzazione oceanica, di terre, luoghi fermi, fidati e comuni. Appartenere non è una regressione, ma il bisogno di recuperare la nostra differenza non per chiudersi, ma per avere un propria voce nel grande incrocio di suoni e messaggi della comunicazione planetaria. Custodire questi confini rendendoli aperti, flessibili, creativi, collegare le piccole identità inserendole all’interno di un’ecumene capace di allargarne l’orizzonte, è il compito di coloro che lavorano sui simboli, sulle parole, sulle istituzioni e anche sugli interessi. Non si tratta di isolare le terre costruendo attorno ad esse i fossati di una stupida auto-celebrazione, ma di mediarle, dotandole di porti e di linee di comunicazione, mettendole dentro ad un mare più largo, ad un’idea di patria attraversata dalla pluralità delle lingue. Ogni identità va sottoposta a tensioni e attraversamenti, non va mai fatta seccare nel proprio piccolo integralismo, deve vivere sempre sospesa tra il partire e il tornare. Il bisogno di appartenenza non può essere rimosso, va custodito e trasformato in una risorsa, in modo tale che esso avvicini gli uomini e non li separi.

Il tamtam nella pizzica manda messaggi e aspetta risposte di tamburi lontani, cerca il confronto, permette incontri, aiuta a tematizzare un bisogno che non è solo quello dei cento piccoli comuni del Salento, una rete che era tale anche prima ancora che la parola diventasse una moda, un paradigma involontario del nuovo rapporto tra locale e globale. E’ forse stata questa arretratezza, così irrisa negli anni Sessanta a porre oggi all’avanguardia questa penisola dai due mari. Qualche pensatore radicale vedrà in questa teoria la proiezione compensatoria e apologetica di una posizione marginale. Lasciamoglielo credere e lasciamoglielo dire. Fino a quando le obiezioni saranno di questa natura, possiamo fare a meno di preoccuparci e continuare a lavorare, lasciando i nostri obiettori alla loro ginnastica da camera o alla difesa delle loro riserve indiane. A coloro che invece ritengono questo discorso non abbastanza moderno, chiediamo di arrivare, nella lettura del libro, al capitolo che segue quello che loro stanno leggendo adesso.

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