Le storie del tarantismo

md16512039754Scritti minori sul tarantismo tra il 1945 e il 1970 e la ricezione salentina de La Terra del Rimorso*

di Sergio Torsello, 28 gennaio 2013

 

File_TarantatalizzanoLa ripresa degli studi sul tarantismo dopo la parentesi bellica coincide con l’apparizione della “breve storia” di Henry Sigerist, uno dei testi chiave non solo dal punto di vista cronologico, ma anche perché di fatto inaugura un tentativo di analisi del fenomeno da una prospettiva culturale(1). Nel quarto di secolo successivo, fino al 1970, la complessa vicenda degli studi sul rituale salentino registra un andamento per così dire “binario”: da un lato il lento (ma niente affatto scontato) consolidarsi in ambito nazionale ed europeo di quella prospettiva culturale che raggiungerà proprio con l’opera di Ernesto De Martino il momento di massima definizione teorica; dall’altro la mancata ricezione nel Salento della ormai celebre monografia demartiniana, La terra del rimorso(2) apparsa per i tipi del Saggiatore nel 1961. La letteratura sul tarantismo tra il 1945 e il 1970 contempla numerose decine di titoli, alcuni dei quali di notevole spessore scientifico (tra gli altri, si segnalano i contributi di Marius Schneider nel 1948, di Giovanni Jervis nel 1961, del medico tedesco Wilhem Katner nel 1956, di Annabella Rossi nel 1969 e nel 1970) (3). In questa sede tuttavia ci soffermeremo su alcuni scritti per così dire “minori”, ma al tempo stesso estremamente significativi, ad una lettura più attenta, delle tendenze allora in atto.

 

1. Leggende di Puglia

 

Tre anni dopo la pubblicazione del volume firmato dal grande storico della medicina Henry Sigerist, e in concomitanza con l’apparizione di un altro testo destinato a una perdurante fortuna nel dibattito internazionale sul tema, quello dell’etnomusicologo tedesco Marius Schneider(4), la rivista del Touring Club Italiano “Le Vie d’Italia”, pubblica un lungo articolo di carattere divulgativo, di scarso valore sul piano scientifico, ma tuttavia ricco di alcuni elementi di interesse. L’articolo, dal titolo Leggende di Puglia. La tarantola e la tarantella, è firmato da M. Bellucci e S. La Salandra(5) ed è corredato da alcuni disegni di Doro Bacillari. Gli autori si dimostrano ben informati sulla letteratura storica sull’argomento. Si citano, nell’ordine, Gregorovius, Redi, Berni, Soldani, D’Alessandro, Ferrari, Cardano, Aldovrandi, Scaligero, Della Porta, Hirscher, Baglivi, Marciano, Paolo Antonimo Tarsia, Epifanio Ferdinando, Ozanam(6) tra coloro che affermarono la potenzialità venefica del ragno; Cornelio, Bon, Swimburne, Chiaia (di cui si riporta il celebre episodio del vescovo di Polignano, Giovan Battista Quinzato, che si fece mordere dalla tarantola di Puglia per dimostrare che si trattava di una stupida credenza popolare e fu costretto a ballare per giorni) tra gli studiosi che invece la negarono. Una breve rassegna, dunque di autori noti e meno noti anche agli specialisti della materia (come nel caso di Ozanam o di Paolo Antonio Tarsia) in larga parte ripresi proprio dall’articolo del Chiaia, Pregiudizi Pugliesi, apparso nel 1887 sulla “Rassegna pugliese di scienze , arti e letteratura”. Pur discutibile per una associazione forse troppo meccanica tra tarantella napoletana e tarantella pugliese, l’articolo è tuttavia ben informato, come era regola del resto per le pubblicazioni del Touring Club che, sia pur a fasi alterne, per più di un trentennio dai primi anni Trenta fino agli anni Sessanta del secolo scorso, svolgeranno un ruolo fondamentale nell’opera di conoscenza e divulgazione dei repertori folklorici della penisola(7). Sul piano nazionale e internazionale intanto l’interpretazione del fenomeno era ancora declinata sul vetusto tema degli “antecedenti mitici” e parallelamente nella discussione/condivisione delle tesi degli autori coevi più importanti, tra i quali spiccava la figura di Marius Schneider. Prova ne sia, in ambito internazionale, il lungo articolo apparso su “Folklore” nel 1957 a firma di M. Louis(8) che si rivela sostanzialmente un ampio commento (peraltro di scarso interesse sul piano interpretativo) al primo capitolo del libro di Schneider. In parallelo, ma con intenti e modalità autonome, si muovevano alla volta del Salento esponenti del milieu neorealista e neomeridionalista, come testimoniano il primo servizio fotografico espressamente dedicato al tarantismo, a cura di Chiara Samugheo, apparso sulla rivista di Cesare Zavattini, “Cinema Nuovo”, emblematicamente intitolato Le invasate(9), e il raffinato diario di viaggio, quasi un racconto etnografico, di Maria Brandon Albini apparso nel fatidico 1959(10).

Sempre in quegli anni va segnalata la testimonianza di uno psichiatra genovese, E. Giordano, che pubblicherà sulla rivista “Neuropsichiatria” un dettagliato studio sull’argomento. La testimonianza del medico genovese, che classifica il tarantismo nella categoria delle “psicosi collettive” diffuse tra “i popoli di bassa levatura intellettuale e scarsa istruzione”, è traboccante di pregiudizi e stereotipi tipici del paradigma medico – psichiatrico allora assai diffuso negli studi di settore, ma è al tempo stesso significativa da molti punti di vista. Inanzitutto, l’autore individua una qualche connesione tra “la persistenza nel tarantismo di comportamenti arcaici volti in funzione terapeutica e le generali condizioni di vita, l’ambiente economico e culturale del Mezzogiorno”, come osserva Vittorio Lanternari. La riflessione del medico genovese è inoltre frutto di una indagine sul campo e testimonia come il Salento fosse una meta di studio già prima della visibilità derivante dall’apparizione della Terra del Rimorso(11). Come abbiamo visto poco fa, infatti, in direzione del Salento si muovevano in quegli anni figure anomale di scrittori/viaggiatori non espressamente interessati alla dimensione antropologica del fenomeno.

 

2. Salento etnografico

 

Nel Salento intanto nello stesso periodo, se si escludono un repertorio di leggende pugliesi curato da Sada(12) singolarmente sfuggito all’occhio attento di Ernesto De Martino nel corso della sua eplorazione del 1959, l’ottimo saggio di Carmelina Naselli sull’etimologia di “tarantella”(13) e uno scritto a carattere divulgativo ad opera di Saverio la Sorsa del 1953(14), si registrano solo due timide testimonianze. La prima, decisamente più importante, a firma di Fernando Manno (1906-1959) è apparsa nel 1958 in una singolare raccolta di raccolta di racconti, articoli, elzeviri dal titolo Secoli tra gli ulivi(15). Si tratta di un breve capitolo del racconto Fauna del cuore, dal titolo “La tarantola”, che rievoca l’episodio di una terapia domiciliare di una tarantata, “una cupida scena delle prime esperienze di vita” cui l’autore assistette in “una casetta di borgata, nella chiusa sera campestre”. Il breve racconto si ripropone con eccessiva enfasi tutto l’armamentario mitologico del dionisimo, con ampio uso della categoria dell’invasamento e l’immancabile corollario di musica dei coribanti, cortei di menadi e baccanti, nel solco (sia pur con evidenti e sostanziali differenze) di una tradizione letteraria locale che aveva in Luigi Corvaglia un solido punto di riferimento(16). Questo ripetuto richiamo all’antichità classica è peraltro un atteggiamento molto diffuso in quel periodo nell’intellettualità locale, che potrebbe spiegarsi come il tentativo di nobilitare con la rivendicazione di una genealogia che rinvia ai modelli classici una tradizione misteriosa, indecifrabile e talvolta identificata con una deplorevole forma di superstizione senza alcun collegamento con i temi della cultura alta (il barocco, la letteratura), allora privilegiati dalle èlites intellettuali locali. E vale la pena segnalare, a ulteriore conferma di quanto sin qui detto, anche la testimonianza di un altro scrittore locale, Raffaele Imperato, autore di una raccolta di racconti apparsa nel 1960 nella quale dedicherà un breve bozzetto al tarantismo insistendo ancora una volta su “coribanti, baccanti, menadi e nostalgie di danze dionisiache”(17). La seconda opera su cui vale la pena soffermarsi è un raro scritto di un autore salentino sul tarantismo, apparso pochi mesi dopo la mitica estate che vide Ernesto de Martino approdare nella “terra tra i due mari” alla guida di una equipe interdisciplinare per lo studio del fenomeno magico religioso salentino; l’universo “etnografico” del tarantismo descritto nel libro a cura di Armando Mauro è fondato essenzialmente sulle significative testimonianze di due anziane tarantate di Castrignano dei Greci:Il tarantolismo – sostiene l’autore – è uno stato patologico, che si crede causato dal morso della tarantola e che ci ricorda la corèa del Sydenham o ballo di San Vito, caratterizzato da contrazioni muscolari involontarie e da in coordinazione dei movimenti volontari. E’ una malattia di natura ancora incerta e pare ereditaria in alcune famiglie.(…) Vediamo come si svolge la cerimonia del tarantolismo, secondo quanto mi hanno dichiarato Arcona Marra di anni 84 e Atonia Piscopo di anni 72 entrambe da Castrignano dei Greci, tuttora vittime del morso della tarantola. Oltre che da tutto il Salento i tarantolati e le tarantolate arrivano dalla Lucania, dal Gargano, dalla Capitanata e come sono nel feudo di Galatina si sentono invasate, cominciano a sudare e poi ad urlare. Arrivate nella cappelletta di San Paolo dopo aver spiegato tutto al santo, sono assalite da brividi infrenabili, si coprono la testa con fazzoletti di vario colore e cominciano a danzare, al suono di tamburelli, contorcendosi in movimenti furiosi e disordinati, dimenando il capo all’indietro, facendo strane capriole, come i gesti delle menadi dei riti orfici e dionisiaci. Quando sono stanche fanno loro bere l’acqua di un pozzo che c’è nella cappella, dove vivono ragni e salamandre, per vomitare il veleno che hanno dentro e, dopo aver bevuto, credono che si sia effettuato il miracolo: immediatamente cessano i furori, spariscono le manie di ballare e gli ammalati guariscono perfettamente. Analizziamo alcuni particolari della cerimonia, il colore dei fazzoletti ed il ballo furioso delle tarantolate o tarantate. Il colore del fazzoletto corrisponde a quello della tarantola che le ha morsicate; mentre il ballo del malato o della malata costringe per telepatia a far ballare il ragno, così sentono meglio, perché la tarantola si stanca fino a che scoppia ed essi cadono per terra, si addormentano e sono guariti. Ma spesso la malattia ricomincia giusto un anno dopo la morsicatura, allora altro pellegrinaggio a Galatina, altre danze, finchè la maledetta tarantola crepa. A che cosa si attribuisce il morso della tarantola? Secondo i nostri medici è dovuto a fenomeni nervosi o isterici, che colpiscono i contadini e le contadine durante i faticosi lavori di mietitura sotto il sole cocente di giugno e proprio allora sembra che tali insetti punzecchino con maggiore virulenza, provocando gonfiori, vomiti, angoscia e inquietudine. Quante congetture, quante opinioni, quante ipotesi, quante superstizioni sono state formulate dagli studiosi antichi e moderni in merito al tarantolismo, per trovare l’origine di questa superstizione! La cerimonia del tarantolismo, fino ad oggi, si è guardata soltanto dal punto di vista coreomano e di stato psicologico e si è trascurato invece che in questa solennizzazione (non dimenticate che tutto ciò avviene nel giorno di San Paolo) vi ci entra il culto delle acque, ritenute miracolose, come appunto l’acqua del pozzo della chiesetta di San Paolo a Galatina, che viene bevuta indistintamente da coloro che sono stati morsicati dalla tarantola. Quindi si tratta di un antico culto pagano, come il culto della “petra prena” o pietra delle gestanti, per impedire gli aborti e facilitare la gravidanza. Perciò l’errore di interpretazione a cui spesso ricade lo studioso consiste nello studiare singolarmente e disorganicamente i riti, le usanze, le tradizioni e le superstizioni che hanno un’eredità millenaria nel Salento ed il cui senso di vita è tutto un rito, un segreto tenace, un’armonia immobile, accentrato attorno ad un elemento essenziale, il culto. Perciò la cerimonia del tarantolismo, oltre che riattualizzarsi nella danza sacra, è da considerarsi una idroterapia mistica, e le sue origini risalgono a manifestazioni pagane antichissime, importate forse da Pitagora nel VI secolo prima di Cristo(18)

Questa citazione la dice lunga sullo stato di avanzamento degli studi locali sul tarantismo che ancora si attardano a metà strada tra tassonomia patologica di evidente filiazione ottocentesca (in particolare la frequente associazione fra tarantismo, “ballo di San Vito” e manifestazioni coreiformi), i nuovi apporti della demologia di inizio secolo e il perdurante richiamo all’antichità classica. Appena due anni più tardi vede la luce La Terra del rimorso preceduto, è il caso di segnalarlo, da un breve saggio preparatorio, Intorno al tarantolismo pugliese, apparso in appendice a Sud e magia, un contributo tanto importante quanto spesso sottovalutato nel quale De Martino userà per la prima volta la nozione di “possessione” (che poi di fatto scomparirà dal lessico della monografia demartiniana) e ricorderà come il suo personale “incontro” con il tarantismo sia avvenuto attraverso la visione di alcune foto dell’amico Andrè Martin(19). L’uscita de La Terra del rimorso, tuttavia, passa pressoché inosservata nel Salento. Lo ricorda l’ex rettore dell’Università di Lecce, Donato Valli che, in una recente intervista afferma:

 

la presenza di de Martino passò quasi inosservata, nel senso che non si aveva ancora piena coscienza del problema in tutti i suoi aspetti. In quegli anni il tarantismo era considerato un fenomeno passivo di pura e semplice manifestazione popolare tramandato dall’antichità(…). Anche per questo il libro, che era in un certo senso rivoluzionario rispetto a tale concezione, non ebbe grande diffusione nel Salento. Non solo: non ricevette neppure la dovuta attenzione presso gli intellettuali più sensibili e accorti(…). Ne è prova il fatto che La terra del rimorso è un libro che venne scoperto molti anni dopo, per esempio attraverso Maria Corti, che cominciò a parlarne nell’Università(20)

 

Basti pensare che in seguito all’apparizione della monografia demartiniana si registrò in ambito pugliese una sola recensione, peraltro molto generica, apparsa sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 2 dicembre 1961, con il titolo Viaggio nella terra del rimorso, a firma di Michele Abbate(21). Appena un anno più tardi, a ulteriore conferma di quanto sin qui detto, un repertorio bibliografico salentino, curato dal sempre puntuale Elio Dimitri, ignorerà del tutto il testo demartiniano(22). Qualche anno, più tardi, nel 1965, sarà la volta di uno scritto divulgativo, dedicato alle tradizioni popolari nell’area tarantina, firmato dal grande meridionalista Vittore Fiore Il morso della tarantola(23), con brevi cenni ripresi soprattutto dal contributo di Giuseppe Gigli del 1893. Sorprende ma in fondo non stupisce l’atteggiamento del mondo intellettuale salentino, se si pensa che, ancora nel 1967, un testo edito sempre per i tipi del Touring Club Italiano, recante l’autorevole firma di Paolo Toschi, non contempli nella bibliografia La terra del rimorso. Nel libro sono dedicate appena due righe al fenomeno (“danza a scopo terapeutico è il ballo della tarantola che viene ballato specialmente in certi paesi della Puglia in forma di eccitato isterismo da chi è o si vuole credere morso dalla tarantola, ragno ritenuto velenoso”) mentre in appendice si pubblicano due fotografie di Franco Pinna tratte da La terra del rimorso con la seguente didascalia:

 

la popolare e antica terapia del tarantolismo (ritenuto effetto del morso della tarantola, in realtà crisi di isterismo) consiste nel suscitare un ecceso di eccitazione maniaca del tarantolato, fino al suo totale rilassamento, facendolo danzare al suono ritmato di vari strumenti (ballo di San Vito). Tale singolare rito, che si compie collettivamente dal 29 al 30 Giugno nella cappella di San Paolo a Galatina (Lecce) viene a volte attuato nelle abitazioni private (Nardò, Lecce) (foto Pinna già pubblicate in La terra del rimorso di E. De Martino, Mondatori) (24).

 

Tuttavia, per restare sempre all’ambito salentino, va invece almeno registrato l’atteggiamento di segno diametralmente opposto proveniente proprio da un’allieva di Toschi, Irene Maria Malecore, la quale nel suo ponderoso contributo sulla poesia popolare del Salento darà dimostrazione di una puntuale conoscenza non solo del testo demartiniano ma anche della più aggiornata bibliografia coeva sull’argomento(25). E pure va segnalato l’intervento di uno dei più importanti demologi italiani del secondo ‘900, Giovanni Battista Bronzini, che si sofferma brevemente, ma con la consueta profondità di analisi, sul “fenomeno del tarantolismo” in un saggio apparso nel 1968:

 

la coincidenza del tempo in cui si manifesta il tarantismo e si attua la relativa operazione guaritrice con il ciclo etnologico di san Giovanni (che va dal 24 al 29 Giugno) – osserva Bronzini – ci conferma che i fenomeno è, almeno nel suo aspetto formale, un rito d’inizio stagionale: elemento questo caratterizzante che il de Martino, il quale ha egregiamente analizzato il fenomeno, non mi sembra abbia sufficientemente sottolineato. Un rito di inizio stagionale che, come tutti i riti di questo tipo, svolge la sua duplice funzione di eliminazione del male, che viene ripescato nella memoria della vittima e scaricato della sua potenza, e di propiziazione del bene attraverso gli elementi coreutico, musicale e cromatico(26).

 

3. Vanini e le tarante

 

Poco letta, dunque, nel contesto salentino, la monografia demartiniana sembrerebbe invece letta e molto approfonditamente in ambito europeo anche fuori dal contesto strettamente accademico/antropologico. Tra le testimonianze più rilevanti è il caso di sottolineare quella dello storico della filosofia polacco Andrzej Nowicki, uno dei maggiori esperti del pensiero del filosofo salentino Giulio Cesare Vanini che nel 1969 in un articolo sulla rivista di cultura salentina ,“La Zagaglia”, annota:

 

Il mio scolaro ha recentemente tradotto in polacco “La Terra del rimorso”, scritta da Ernesto De Martino, il quale ha studiato il tarantismo salentino osservando le danze dei tarantisti a Nardò e nella Cappella di Galatina e sfruttando una enorme letteratura sulle tarante dal Rinascimento fino ai nostri giorni. Parlando con De Martino il 12 Gennaio 1964 gli ho segnalato una imperdonabile lacuna nel suo libro, che apprezzo tanto. De Martino che sembrava di sapere tutto sul tarantismo non ha conosciuto il brano del Vanini sulla cura musicale dei pugliesi morsi dalla taranta (De admirandis, 1616, cap. 57, pagg. 444–448). La morte prematura dell’eminente studioso (il 5 Maggio 1965) gli ha impedito di sfruttare il testo vaniniano che gli ho fornito subito. Certo, Vanini conosceva ciò che sul tarantismo hanno scritto Pomponazzi, Cardano e Scaligero (lo provano le fonti pubblicate da Corvaglia anche accanto al brano sulle tarante), ma, essendo salentino, Vanini certamente conosceva il tarantismo dalla propria osservazione e così le sue pagine hanno il peso che non dovrebbe essere trascurato dagli studiosi di questo fenomeno, caratteristico del Salento(27).

Dall’ambito non accademico proviene invece l’emblematica testimonianza di un brillante giornalista inglese che nel 1969 percorre il Salento, quasi fosse la personale riedizione di un Grand Tour settecentesco, e consegna al lettore una bella descrizione dei luoghi, dei riti e in particolare del tarantismo(28). Henry Canova Vallan Morton (1892-1978), inviato speciale del “Daily Herald” e collaboratore del “London Daily Standard” pubblica nel 1969 un libro dal titolo A traveler in Southern Italy (edito da Meuthen a Londra). Si tratta di una vivace e interessante descrizione dei costumi e del paesaggio della Puglia negli anni sessanta. L’autore visiterà nel Salento, Lecce, Otranto, Santa Cesarea Terme, Santa Maria di Leuca, Gallipoli, Copertino e, in viaggio verso Taranto, in un paesino non meglio identificato, assisterà al ballo di una “tarantolata”. Al mistero del tarantismo il giornalista inglese dedicherà pagine molto ben documentate nelle quali citerà tra l’altro, le osservazioni del Berkley che visito le Puglie nel ‘700, le testimonianze di Epifanio Ferdinando e Giuseppe Gigli, accanto a fonti poco note del ‘600 come i diari di viaggio di George Sandy che “rientrando dal Vicino Oriente nel 1611 sbarcò sulle coste della Calabria dove – egli scriveva – c’è una gran quantità di tarantole” e quella di Samuel Pepys del 1661 nella quale si annota che “in Italia durante la mietitura ci sono violinisti che vanno su e giù per i campi in attesa di essere assunti da quelli che sono stati pizzicati dal ragno”. Secondo il giornalista inglese, tuttavia, per accostarsi correttamente al rituale salentino è fondamentale conoscere “il libro più importante sul tarantismo, La terra del rimorso”. Almeno per lui l’importanza di quel libro era già allora fin troppo evidente.

 

NOTE

 

*Questo saggio riprende con aggiunte e modifiche quello pubblicato con il titolo Alcuni scritti minori sul tarantismo tra il 1945 e il 1970, su “Archivio di Etnografia”, n.s., anno IV, nn.1-2, 2009, pp.95 -104.

 

1) HENRY E. SIGERIST, Breve storia del tarantismo (1945), Nardò, Besa, 1999.

2) ERNESTO DE MARTINO, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano, Il Saggiatore, 1961.

3) Per una più approfondita panoramica sulla ripresa degli studi dopo il 1945 si veda GABRIELE MINA, SERGIO TORSELLO, La tela infinita. Bibliografia sul tarantismo mediterraneo dal 1945 al 2006, Nardò, Besa, 2006.

4) MARIUS SCHNEIDER, La danza delle spade e la tarantella (1948), a cura di Pierpaolo De Giorgi, Lecce, Argo ,1999.

5) M. BELLUCCI, S. LA SALANDRA, Leggende di Puglia. La tarantola e la tarantella, in “Le Vie d’Italia”, LIV, 1948, pp. 115 -118.

6) Charles Ozanam, che il famoso medico e zoologo Paolo Panceri definiva nel 1863 “dottissimo bibliotecario dell’Accademia delle scienze di Parigi”, fu autore di un denso studio dal titolo Etude sur le venin des Arachnides et son emploi thèrapetique, suive d’une dissertation sur le tarentisme et le Tigretier, edito a Parigi nel 1856.

7) Cfr.: MARIANO FRESTA, La cultura popolare tradizionale secondo il Touring Club Italiano in “Antropologia Museale”, 2007, n.5, pp 17 -25.

8) M.LOUIS, Una danza medicinale: la tarantella, in “Folklore”,n.20,pp.3 -12.

9) CHIARA SAMUGHEO, EMILIO TADINI, Le invasate, in “Cinema Nuovo”, n.150, 1955, rist. in LUIGI CHIRIATTI, MAURIZIO NOCERA, Immagini del tarantismo. Galatina: il luogo del culto, Cavallino(Le), Capone editore, 2002. Il volume contiene una interessante intervista alla Samugheo. Dalla testimonianza della fotografa di origine pugliese si apprende che Tadini non venne nel Salento ma scrisse il suo discutibile commento basandosi sulla semplice visione dei fotogrammi.

10) Si veda in particolare MARIA BRANDON ALBINI, Viaggio nel Salento, in “Il Ponte”, XV, Gennaio 1959, n.1, pp. 353-370, che contiene l’importante notizia delle relazioni tra la scrittrice e il fotografo Andrè Martin, le cui foto com’è noto suscitarono l’interesse di Ernesto De Martino per il rituale salentino; l’articolo è stato recentemente ristampato in volumetto: MARIA BRANDON ALBINI, Viaggio nel Salento, a cura di Sergio Torsello, Calimera, Kurumuny, 2010. A Cavallo tra gli anni ’50 e ’60 la Albini, giornalista e scrittrice formatasi nel milieu intellettuale dell’antifascismo italiano in Francia, firmò una serie di significativi reportage sul Salento e le regioni meridionali (Calabria, Abruzzo, basilicata). Nel 1959, con gli articoli dal titolo Terre d’Otranto, apparsi su “Les Temps Modernes”, vinse il Premio Salento.

11) E. GIORDANO, Una particolare forma di psicosi collettiva: il tarantulismo, in “Neuropsichiatria”, 1957, XIII, n.1, pp. 43-76. Nel suo saggio il medico genovese accenna anche in bibliografia ad una conferenza dello storico locale Luigi Cèsari, citato anche da De Martino per un suo studio inedito sulla cappella di San Paolo. Per una rilettura critica del lavoro di Giordano si veda VITTORIO LANTERNARI, Tarantismo rivisitato e ripensato. Dalla “psicosi collettiva” all’antropologia simbolica, all’etnopsichiatria, in ID., La mia alleanza con Ernesto de Martino e altri saggi post demartiniani, Napoli, Liguori, 1997, pp. 217-235.

12) LUIGI SADA, L’elemento storico topografico nella genesi delle leggende del Salento, Toritto (Ba), Pecoraro editore 1949. In particolare il capitolo “La calura e la tarantola”, pp. 60-64, e altre pagine sparse su leggende locali (Galatina, Alessano). Il testo non compare nella pur voluminosa bibliografia de La Terra del rimorso.

13) CARMELINA NASELLI, L’etimologia di tarantella, in “Archivio storico pugliese”, V, 1951 , pp. 218-227, rist. in MARIO CAZZATO, Fonti inedite e sconosciute per la storia del tarantismo, Galatina, Crsec, 2005, pp.117-125.

14) SAVERIO LA SORSA, Sul tarantolismo, in Atti del convegno di studi etnografici italiani (Napoli 16-20 settembre 1952), Napoli, Pironti, 1953, pp. 383–398.

15) FERNANDO MANNO, Secoli tra gli ulivi, Galatina, Pajano, 1958, nuova ed. a cura di Antonio Errico, Lecce, Manni, 2007. “Secoli tra gli ulivi – scrive Antonio Errico nell’Introduzione – è dichiaratamente un libro di memoria. Ma non tanto di una messa in scena della memoria attraverso la scrittura, quanto di una ricerca , di uno scavo, in quel territorio che Manno chiama sepolcro di memorie. Lo sfondo, l’origine, il motivo della ricerca sono costituiti dal mito, dalla leggenda. Quando uscì sembrava un libro fuori dal tempo. Estraneo alla temperie, al la ricerca letteraria di quella stagione, attardato sulle atmosfere di un buon tempo antico, intrappolato in una condizione di memoria senza futuro() Un libro fuori dal tempo, allora. Ma forse, più esattamente, un libro senza tempo”.

16) LUIGI CORVAGLIA, Finibusterrae (1936), Galatina, Congedo, 1981, nuova edizione Tricase (Le), Edizioni dell’Iride, 2007. In realtà la descrizione di Corvaglia di un caso di esorcismo domiciliare è una delle pagine più interessanti della letteratura storica sul tarantismo. L’autore era un profondo conoscitore della trattatistica antica sul tarantismo, ma quasi sicuramente si avvantaggiò anche di una osservazione diretta del fenomeno. Il letterato salentino fu anche in contatto con Ernesto De Martino nel corso della indagine sul tarantismo del 1959, come attesta una lettera del 24 ottobre 1961, inviata all’etnologo napoletano per richiedere l’invio di una copia del libro. La notizia è stata segnalata da Clara Gallini nell’introduzione alla nuova edizione de La terra del rimorso. Cfr. Ernesto De Martino, La terra del rimorso, a cura di Clara Gallini, Milano, Il saggiatore, 2008, pag. 393. La lettera del Corvaglia è stata recentemente ripubblicata in Sergio Torsello, Carteggi. Una lettera di Luigi Corvaglia a Ernesto de Martino, in “Note di storia e cultura salentina”, XXI, 2010 -2011, pp.224 -226.

17) RAFFAELE IMPERATO, Molto sole poco pane, Siena, Maia Editrice, 1960. In particolare il racconto Vendemmia in Terra d’Otranto, pp. 117-137, che contiene la descrizione di una scena di tarantismo alle pagine 134–135. “Un carrettiere con la fisarmonica, il caporale ‘Ntoni con la chitarra e una donna col tamburello formavano l’orchestra e tutti cantando e battendo le mani a cadenza incitavano la tarantata al ballo, onde guarirla dal suo male. Era veramente un rito antico e barbaro, un misto di grottesco e di pietoso insieme”. Per un profilo biobibliografico dell’Imperato si veda ANNA GRAZIA D’ORIA, DONATO VALLI, Novecento letterario salentino, San Cesario (Le), Manni, 2002.

18) AA.VV, Salento. Panorama storico etnografico, Fasano (Br), Grafischena 1960, pp. 60-64.

19) ERNESTO DE MARTINO, Sud e Magia, Milano, Feltrinelli, 1959. Per una stimolante lettura critica della produzione fotografica sul Sud Italia di Andrè Martin si veda FRANCESCO FAETA, Rivolti verso il Mediterraneo. Immagini, questione meridionale e processi di orientalizzazione interna, in ID., Questioni italiane. Demologia, antropologia, critica culturale, Torino Bollati Boringhieri, 2005, pp.108 -150.

20) SERGIO TORSELLO, Tarantismo, letteratura, cultura popolare. Intervista a Donato Valli, in “Controcanto”, 2005, n.4, pp. 6-9:6.

21) Sulla diversa ricezione in Italia e all’estero della monografia demartiniana scrive Clara Gallini: “la pubblicistica di quegli anni avrebbe annoverato gli interventi di alcuni studiosi o letterati prossimi e De Martino e disposti a continuare dialoghi già iniziati da tempo con lui; personaggi “eccentrici” come Elemire Zolla e Emilio Servadio o uno scrittore come Guido Piovene. Invano cercheremmo, al contrario, la firma di un etnologo o di un demologo a calce di una recensione della Terra del rimorso (C. GALLINI, Introduzione a La terra del rimorso, [n. ed.], cit., pag. 25).

22) ELIO DIMITRI, Saggio di bibliografia salentina, Manduria (Ta), Libreria Messapia Editrice, 1962.

23) VITTORE FIORE, Il morso della tarantola in Tuttitalia. Enciclopedia dell’Italia Antica e Moderna, vol. XX, Puglia e Basilicata, Firenze, Sansoni – Sadea, 1965, pp. 214-217.

24) PAOLO TOSCHI, Folklore. Tradizioni, vita e arti popolari, Touring Club Italiano, 1967. In realtà l’atteggiamento di Toschi potrebbe spiegarsi anche con la nota polemica che lo contrappose a Ernesto de Martino, cui dedicò una velenosa “recensione in quattro parole” a Furore Simbolo Valore: “furore molto, valore poco”.

25) IRENE MARI AMALECORE, La poesia popolare del Salento, Firenze, Olschki, 1967. Ma bisogna attendere la seconda metà degli anni ’70 perché si affacci sulla scena salentina una nuova generazione di studiosi più sensibile ai temi antropologici. Tra il ’70 e il ’75 infatti si registrano i primi sporadici interventi di alcuni giovani ricercatori che negli anni successivi saranno tra i protagonisti della ricerca etnoantropologica locale: Gino Santoro, Brizio Montinaro e Rina Durante che nel 1974 pubblicherà Brevi cenni sul tarantismo in Viaggio in Terra d’Otranto. Turismo/Storia, Arte /foklore, Bari, Adda, in particolare la p. 363 dedicata a Galatina. Da segnalare inoltre che nel 1973 l’erudito salentino Michele Paone, pubblicherà per la prima volta le pagine dell’Iconologia di Cesare Ripa, del 1593, dedicate alla Puglia. Cfr.: Michele Paone, Imago Apuliae, in “Archivio Storico Pugliese”,1973, pp.99 -106.

26) Si veda GIOVANNI BATTISTA BRONZINI, La Puglia e le sue tradizioni in proiezione storica (con particolare riferimento al Gargano), in “Archivio Storico Pugliese”, XXI, 1968, pp. 83-117:100.

27) ANDRZEJ NOWICHI, Curiosità vaniniane, in “La Zagaglia”, n. 2, 1969, pp.161-166. Il capitoletto Vanini e le tarante è a pag. 163.

28) ANGELA CECERE, Viaggiatori inglesi in Puglia nel Novecento, Fasano (Br) Schena, 2000, pp. 493 -68, il tarantismo alle pp. 641 – 652.

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