Brigante se more. In una canzone la “controstoria” dell’Unità d’Italia (e non solo)

di Vincenzo Santoro

da Paese Nuovo del 27 gennaio 2011Bennato-Brigante-se-moreBrigante se more. Viaggio nella musica del Sud, di Eugenio Bennato, dato alle stampe da pochi mesi dall’editorie Coniglio, è un libro composito, che ha al centro la singolare storia della famosa canzone, diventata negli anni una sorta di “inno alternativo” del Sud, ma che arriva anche a formulare, proprio a partire da una rivisitazione dell’epopea del brigantaggio meridionale post-unitario (e dei suoi leggendari protagonisti Carmine Crocco, Ninco Nanco e Michelina De Cesare), una valutazione fortemente critica sulle forme con cui si è realizzata l’unificazione nazionale e l’“annessione” delle terre del Sud. Si collega in questo, anche se con tratti peculiari, a molta letteratura “revisionistica”, che negli ultimi tempi sta avendo un grande successo editoriale, e di cui l’esempio più eclatante è sicuramente costituito dal controverso best-seller Terroni di Pino Aprile.

Dicevamo della storia della canzone, composta nel 1979 da Bennato insieme a Carlo d’Angiò – suo compagno nell’avventura di Musicanova, uno dei gruppi fondamentali del folk revival italiano – per la colonna sonora dello sceneggiato televisivo L’eredità della priora, tratto da un romanzo di Carlo Alianello, che raccontò la stagione della ribellione anti-unitaria dei “briganti” meridionali. Ai due musicisti, il regista Anton Giulio Majano chiese un canto “di battaglia”, facile da ricordare, che doveva aprire i titoli di testa. E loro, di getto composero Brigante se more, che, a partire dalla sceneggiato e dal disco con la colonna sonora, diventerà ben presto una canzone di straordinario successo, uno strumento con cui migliaia di giovani, suonandola infinite volte in occasioni festive e conviviali (una tipica canzone del “repertorio di tutti quelli che si portano appresso una chitarra per cantare tra amici”, dice Bennato), si sono riconosciuti in una “controstoria” del Sud e ne hanno scoperto la ricca tradizione musicale.

A un certo punto, la ballata è diventata talmente famosa e riusata, che, sfuggendo ai propri autori, è entrata di prepotenza nella “tradizione”, per cui la stragrande maggioranza di chi la suona ha ritenuto (e ritiene) di star eseguendo un pezzo “di autore ignoto”, o comunque risalente alla seconda metà dell’Ottocento. Su questa singolare vicenda, Bennato nel libro si sofferma a lungo, rivendicando, con argomentazioni ineccepibili, la paternità della canzone, ma descrivendo anche l’incredibile diffusione, soprattutto su siti e forum sul web, di vere e proprie leggende sulle sue origini (un’ampia selezione di questi documenti viene riportata in fondo al volume).

E come succede per i brani “tradizionali”, secondo i modi di diffusione propri dell’oralità, Brigante se more viene continuamente manipolata e adattata alle circostanze. Il caso più eclatante, su cui Bennato si sofferma a lungo, è quello che riguarda la strofa “nun ce ne fotte d’o rre Burbone / ma a terra è nostra e nun s’adda tucca’”, trasformata da una penna tendenziosa in un molto più filo-borbonico “nuje cumbattimmo p’o Rre Burbone / a terra è nostra e nun s’adda tucca’”, che tradisce completamente le intenzioni degli autori (critici si, ma certamente non nostalgici di “Franceschiello”).

Per restare sempre nel campo degli usi “politici”, il brano è diventato negli anni la colonna sonora di ogni tipo di movimento meridionale di protesta, da quello – vittorioso – contro il deposito di scorie nucleari a Scanzano, in Basilicata (2003), a quello, di pochi mesi fa, contro l’apertura di una discarica a Chiaiano, in Campania (dove le strofe più significative erano “nun ce ne fott’ e Berluscone / ‘a terra nosta nun s’adda tuccà” e “e traditore ca rettero ‘a cava / so’ Iervolino c’avimma caccià / e Bassoline ch’ puozze schiattà). In tutti i casi, come si può vedere, i partecipanti alla protesta compongono una versione “nuova” della canzone, adattandola in qualche modo ai tempi. Quelli di Chiaiano la loro l’hanno regalata, nel corso della presentazione del libro a Napoli, all’autore, che forse mai avrebbe creduto che una canzone popolare avrebbe potuto fare tanta strada.

 

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