Salento: un futuro nelle radici

Niola: «Importante la rivalutazione del tarantismo»

di Sergio Torsello

dal Nuovo Quotidiano di Puglia, 20 febbraio 2012

Niola_BOggi il Salento «è un laboratorio senza uguali per chi voglia cogliere un fenomeno di riconversione simbolica in azione. La patrimonializzazione del tarantismo, la riscrittura delle mappe tradizionali, sono uno straordinario case study sull’emozione patrimoniale. Da stigma a bene immateriale ad attrattore turistico e volano di marketing territoriale».

A dirlo Marino Niola, antropologo della contemporaneità presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, autore di raffinati studi sul tarantismo e le metafore del corso in epoca barocca, ma anche curatore della rubrica “Miti d’oggi” sul Venerdì di Repubblica. Da sempre attento osservatore della realtà salentina (a Lecce si è formato e ha anche insegnato per un breve periodo negli anni ’80).

Niola aggiunge: «Quel che accade oggi nel Salento, a cinquant’anni dall’inchiesta demartiniana sul tarantismo, è la prova della straordinaria vitalità dell’universo del ragno, capace di resistere al tempo, di cambiare colore e in un modo o nell’altro di rimordere ancora».

Il Salento ormai un topos letterario al centro di una produzione che scopre un luogo incorrotto, contrassegnato dalla sopravvivenza di riti ancestrali. Non c’il rischio di un nuovo esotismo?

«È un rischio che si corre sempre quando un luogo storico e geografico va oltre i suoi confini e diventa una regione dell’anima. Uno specchio che riflette soprattutto l’immagine di chi lo guarda e le proiezioni che il luogo suscita. È quel che accade a tutti i luoghi fortemente emittenti. Diventano simboli in cui ciascuno proietta le sue domande, le sue attese, i suoi stereotipi. D’altra parte la rappresentazione e l’autorappresentazione di una terra quasi mai coincidono».

Il reviva della pizzica ha prodotto una serie di neologismo di grande successo mediatico (“Neotarantismo”, “Neopizzica”), che spesso però hanno alimentato la confusione.

Basta chiamare le cose con il loro nome, senza lasciarsi paralizzare da una filologia senza testo, da una ossessione dell’origine che paradossalmente rischia di tradire la parola e il suono del passato fissandoli in un simulacro vuoto. Ora come cento anni fa la tradizione non è il passato ma l’uso che facciamo dei suoi materiali per costruire il presente e riprogettare il futuro».

Il ritorno di interesse per il tarantismo è coinciso con la ripresa della riflessione sull’identità locale. Identità è un concetto ambiguo, sottoposto a revisione dalla critica antropologica. Qual è la sua opinione in proposito?

«Dell’identità si può fare un buon uso ma anche un uso nefasto. Lo prova la mutazione antropologica che la Lega ha prodotto nella società italiana. Con una deriva identitaria dalle conseguenze devastanti, che ha creato una contrapposizione tra identità inventate, funzionale solo alla riproduzione di una nuova classe di boiardi di campagna. L’identità italiana è storicamente fatta di una tensione bilanciata fra differenze regionali, locali, provinciali. La Commedia dell’arte prima e la Commedia all’italiana poi dimostrano che il gioco delle differenze serviva a tenere insieme il Paese. L’identità non puessere un confine ad excludendum, una cittadella assediata, ma come diceva de Martino il villaggio della memoria che ci serve ad essere cosmopoliti».

La patrimonializzazione del tarantismo un caso di studio non solo nazionale. Quali possono essere secondo lei gli sviluppi sul piano delle politiche della cultura locali?

«Sono convinto che il caso del tarantismo possa diventare un esempio importante di come spesso i principi di uno sviluppo sostenibile si trovano già nella propria eredità culturale. Quando si progetta il futuro bisogna essere capaci di sognare. Ma bisogna fare i propri sogni, non quelli che gli altri hanno già dismesso».

Di Niola si può leggere anche un bell’articolo dedicato alle ricerche sul tarantismo di Ernesto de Martino, pubblicato dal Venerdì di Repubblica del 5 agosto 2011, dal titolo: Quelle Notti della taranta nell’Italia del boom

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